Qualche considerazione sulla detenzione minorile
Ormai è indubbio che gli I.P.M. (Istituti Penali Minorili) soffrono, nella maggior parte dei casi, dei problemi, peraltro sempre più gravi, delle carceri per adulti. Si parla di sovraffollamento, di strutture fatiscenti e caratterizzate da carenze pesanti sul piano delle condizioni igieniche.
Riguardo alla prima delle criticità menzionate possiamo dire che dal 2022 a oggi la popolazione degli IPM è aumentata del 55% e che sono nove gli istituti che rischiano il collasso proprio per questa situazione; tra essi vanno menzionati il Beccaria di Milano, quello di Treviso e Quartucciu, in provincia di Cagliari che, secondo recenti stime, mostra un tasso di sovraffollamento del 150%. Il fenomeno viene incoraggiato in modo rilevante dal decreto Caivano che risulta essere incontrovertibilmente schiacciato sulla funzione unicamente punitiva della pena e su criteri repressivi piuttosto che su quella del recupero e reinserimento sociale.
- +55% – aumento della popolazione degli IPM dal 2022
- 9 – istituti a rischio di collasso
- 150% – tasso di sovraffollamento
È indubbio che il sistema in questione è in preda a una crisi profonda che mette in discussione l’ambito della giustizia minorile e impone degli interrogativi seri sulla strada da esso imboccata. In un articolo uscito su buonenotizie.it lo scorso 8 febbraio, a firma di Gemma Mastrocicco, si legge che associazioni come Antigone, Defence for Children Italia e Libera sottolineano con vigore la necessità del “ripristino di una cultura educativa, dove l’obiettivo non è solo la punizione ma anche la riabilitazione e il reinserimento dei giovani nella società”.
Viene in salita pensare che con un più facile e preferenziale ricorso alla detenzione, per giunta in condizioni asfittiche di sovraffollamento e precarietà delle strutture, si possano raggiungere questi ultimi due obiettivi. L’articolo di cui sopra parla di “materassi di fortuna sul pavimento in celle già sature”, cosa che contribuisce ad aumentare le tensioni nelle stanze di detenzione, ad “aggravare il disagio psicologico e sociale dei ragazzi e aumentare la probabilità che, una volta usciti, tornino a delinquere”. Come già precisato, le strutture sono tutt’altro che in buone condizioni, e gli spazi comuni, quando presenti, sono di rado fruibili per diversi motivi tra cui quelli legati alle carenze di personale o di manutenzione.
Il punto è che l’attuale governo parte in questo campo da presupposti che privilegiano l’aspetto repressivo e mette in campo azioni che non determinano alcun investimento in concrete opportunità di crescita e riconciliazione sociale. La sua retorica securitaria si rivolge alla pancia della società accentuandone il bisogno di sicurezza a fini propagandistici e scegliendo come risposta a timori e insicurezze diffusi la via degli arresti facili con cui riempire gli istituti di pena, compresi gli I.P.M. esistenti e costruendone di altri nuovi. Non è un bel segnale, anche perché ricorrere in modo esclusivo a mezzi punitivi e inasprire le pene non risolve il problema della devianza. Tale pratica preferita dall’esecutivo Meloni mostra di essere fallimentare e, come scrive giustamente Mastrocicco rischia di compromettere l’avvenire di giovani che, capita spesso, provengano già da situazioni caratterizzate da fragilità sociali ed educative.
A queste difficoltà sarebbe il caso di rispondere con interventi mirati all’inclusività e non con mezzi repressivi capaci solo di aumentare tensioni, divisioni e disagio. Pensiamoci!

Massimo Congiu È un giornalista e storico italiano. Collabora con il Manifesto, la Rassegna Sindacale, L’Humanité, Historia Magistra, Left, e ha scritto per L’Unità. Dirige l’Osservatorio sociale mitteleuropeo (Osme). Collabora con l’università Corvinus di Budapest e tiene corsi presso l’Istituto per gli studi di politica internazionale di Milano sull’Unione europea e le minoranze etniche e nazionali.