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Magistrati di sorveglianza e detenuti

Magistrati di sorveglianza e detenuti

Cosa fa un magistrato di sorveglianza?

Il magistrato di sorveglianza è, spesso, l’ultimo presidio concreto tra la persona detenuta e l’effettività dei suoi diritti. È una figura decisiva perché incide sulla quotidianità della detenzione, sui percorsi rieducativi e sulle possibilità reali di reinserimento. Eppure, quando tempi e risorse non reggono, quel ruolo rischia di ridursi a decisioni “sulle carte”, lontane dalle persone e dalle loro storie.

Questa riflessione prende avvio da un incontro svoltosi il 30 gennaio nella Sala Giancarlo Siani del Consiglio Regionale della Campania, promosso dal Garante Regionale delle persone private della libertà.

A questo punto è ancora probabile che non tutti sappiano esattamente di cosa si occupa un magistrato di sorvegliaza, e allora lo riassumo: è un giudice monocratico che vigila sull’esecuzione della pena, garantendo che sia conforme alla legge e finalizzata alla rieducazione. Questa figura spesso opera direttamente nelle carceri, approva il trattamento rieducativo, concede permessi, decide su reclami dei detenuti e gestisce misure alternative come la detenzione domiciliare. 

L’IMPORTANZA DI UN magistrato di sorveglianza

Già da questo è facilmente intuibile l’importanza che questo magistrato assume nella vita detentiva di chi è privato della libertà. È l’organo della legge più vicino al detenuto, che lo segue nel suo percorso insieme alle altre figure che operano all’interno dei penitenziari. Ne conosce il percorso durante la detenzione, ne conosce i bisogni e pertanto si assume la responsabilità di decidere in che regime deve proseguire la detenzione, 

Almeno così dovrebbe essere, e già perché si presuppone che il magistrato di Sorveglianza venga messo in condizioni di poter ottemperare a questo ruolo delicatissimo; va da se che dovrebbe poter interagire il più possibile con le donne e gli uomini che stanno dietro ai fascicoli che affollano le scrivanie dei loro uffici, dovrebbero poterli guardare negli occhi, comprendere chi hanno dinanzi, le loro esigenze, i malesseri, fisici e psicologici. I freddi, ma spietati numeri, ci dicono che questa funzione, ripeto fondamentale nella vita di chi è privato della libertà, è oggi una funzione monca, svilita dalla cronica mancanza di risorse umane che caratterizza il pianeta carcere. 

Nelle carceri italiane ci sono 63.500 detenuti, di loro si occupano poco più di 200 magistrati di sorveglianza. Avete letto bene, poco più di 200, in pratica un rapporto di 1 a 300. 

Basterebbero solo questi numeri a dimostrare quanto lo stesso Stato che promuove un’idea carcerocentrica della sicurezza e della giustizia in genere, non creda lui stesso in quest’isitutuzione, praticamente non investendo nulla o quasi per far si che il regime detentivo almeno si avvicini alla funzione richiamata nell’articolo 27 della Costituzione. 

Come fa un magistrato di sorveglianza a concedere permessi premio o di necessità, ad approvare programmi di trattamento, a decidere sulla liberazione anticipata o uno sconto di pena e sulla remissione del debito se non ha una chiara idea del percorso che quelle donne e quegli uomini hanno compiuto, se non li vede periodicamente. È costretto, a causa della mole di persone che gli sono affidate, a far tornare quelle donne e quegli uomini ad essere dei fascicoli accatastati sulle scrivanie degli uffici giudiziari. Ai fini di dare un volto e una storia a chi avanza un’istanza, a chi chiede che gli venga riconosciuto in diritto, il magistrato è costretto a costruire un percorso basandosi sulle carte, sui documenti storici, informative di polizia datate nel tempo, che per forza di cose tratteggiano le caratteristiche della persona al momento delcompimento dei fatti che hanno provocato la carcerazione, come se una persona possa essere accomunata sine die al reato che ha commesso. 

I numeri, già ancora quelli, sono impietosi. Dei 63.500 detenuti 16.690 hanno pena inferiore ai due anni, in Campania sono 1.820 ad avere una pena inferiore ai due anni; il sovraffollamento si può arginare tramite misure alternative alla detenzione, senza la scusante, da parte della politica, di non poter (voler) emanare interventi speciali. Non servono, servirebbe mettere in condizione i magistrati di sorveglianza di valutare le centinaia se non migliaia di richieste di misure alternative che giacciono sulle scrivanie di questi funzionari della giustizia. 

A quando un sussulto di civiltà della politica?

Luigi Gnarro scrive per Sindef e svolge attività di volontariato presso la Casa circondariale “Pasquale Mandato” di Secondigliano (Napoli) e nel Centro di Pastorale Carceraria della Diocesi di Napoli.