Ogni morte in carcere equivale ad una morte di Stato
Un ordine che non protegge
Tra i primi studi sul suicidio ci torna in mente la teoria dell’anomia sviluppata da Durkheim* verso la fine dell’800. L’anomia definita dal sociologo, altro non è che la mancanza di norme. Secondo il nostro studioso, le norme sociali assumono un ruolo preminente nella vita dell’individuo, il quale, conoscendo le aspettative del corpo sociale nel quale si muove riesce a regolare la propria vita. L’assenza di tali norme causerebbe una condizione di disorientamento tale da favorire comportamenti devianti. Questa teoria poco si presta a divenire pietra d’angolo del nostro percorso.
Il carcere è già di per sé la cattedrale della norma. Negli Istituti di pena esistono e si creano norme per ogni occasione. Il detenuto viene, di fatto, disciplinato dalle prime ore del mattino attraverso orari ben scanditi. Dall’apertura delle celle agli orari del vitto, dagli orari delle docce a quelli dei corsi, dai momenti di colloqui agli orari lavorativi la giornata è un crocevia di temi e regole da rispettare. Altro elemento caratterizzante è la burocrazia interna, che impone richieste formali presentate attraverso modello cartaceo per ogni minima esigenza (quello che in gergo viene definito dai detenuti “la domandina”), di fatto, riportando il reo verso una sorta di percorso infantilizzazione. Diviene quindi pacifico, sostenere che in un luogo edificato sulle norme, le ipotesi del nostro sociologo poco attecchiscono.
- Tasso suicidi in carcere - 14,8 ogni 10.000 detenuti
- Tasso suicidi detenuti stranieri - 21,2 ogni 10.000 detenuti
- Tasso suicidi detenuti italiani - 11,9 ogni 10.000
- Casi nei primi 6 mesi di detenzione - 54%
- Istituti coinvolti con suicidi - 54
- Istituti con suicidi e sovraffollamento oltre il 100% - 51 su 54
- Atti di autolesionismo nel 2024 - 12.544
- Tentativi di suicidio nel 2024 - 2.035
Dove finiscono le garanzie minime
In tutto ciò non va sottaciuto come nelle nostre carceri non vengano rispettati i benché minimi dettami istituzionali. Non si rispettano le norme che impongono la separazione tra i/le detenuti/e con meno di 24 anni ed il resto della popolazione (le cosiddette sezioni “giovani adulti” che dovrebbero garantire alle/ai ragazze/i giovani ed in attesa di giudizio di ritrovarsi a condividere la stanza con i propri coetanei). Detenuti/e definitivi/e ed in attesa di giudizio si trovano a condividere celle sovraffollate quando non dovrebbero trovarsi nei medesimi reparti, ed invero, per una persona in attesa di giudizio, il dover trascorrere la propria detenzione con chi, ad esempio, è stato condannato ad una lunga condanna può rappresentare una condizione ulteriormente afflittiva.
Inoltre possiamo mettere in risalto come i contatti famigliari vengano ridotti al minimo. Basti pensare che un/a detenuto/a recluso/a nelle sezioni “comuni” ha diritto a sei ore di colloqui al mese che, tradotto in numeri, equivale a tre giorni l’anno da trascorrere con i propri cari. Per non parlare, poi, dei regimi speciali in cui le ore si riducono ad una al mese, per un totale di mezza giornata all’anno.
Diviene quindi di facile comprensione percepire come in un clima esacerbante il rischio suicidio sia dietro l’angolo.
Aprire la discussione, oltre la retorica
Parlare del problema dei suicidi negli istituti di pena non è assolutamente facile. Farlo, poi, attraverso un breve articolo risulterebbe riduttivo e poco funzionale. Quindi si ritiene maggiormente opportuno aprire la strada ad una serie di ragionamenti che coinvolgano tutti/e i/le nostri/e amic*, compagn* e conoscent* attualmente detenuti all’interno delle carceri, poiché per parlare di carceri è sempre meglio confrontarsi con chi questi luoghi li vive.
A questo punto invitiamo tutt* coloro che vorranno scrivere a riguardo ad esternare il proprio pensiero ed il proprio punto di vista in merito alla questione.
Le domande che il carcere impone
In attesa che il corpo sociale al quale apparteniamo si renda conto che il sistema penitenziario non solo è inefficiente ma, di fatto, non assolve ad alcuna funzione, mi verrebbe da avanzare alcune proposte.
Ad esempio, concedere una telefonata al giorno mettendo la persona in condizioni di sentire i propri affetti quotidianamente potrebbe essere d’aiuto? Una parola di conforto, un sostegno da parte di un proprio caro che ruolo giocano per chi è detenut*?
Abolire le misure detentive per coloro che hanno disturbi psichici, abolire i circuiti minorili e le custodie cautelari in attesa di giudizio, potrebbe rappresentare un primo passaggio verso una visione progressista ed avanguardista, che di fatto limiterebbe il tasso di suicidi tra i più giovani e non?
La costruzione sociale e i modelli di riferimento che oggi ci vengono propinati attraverso i mezzi di informazione che effetto hanno sulle nuove generazioni?
Infine non dimentichiamoci che, in quanto affidati nelle mani dell’Istituzione, ogni morte in carcere equivale ad una morte di Stato.
*Émile Durkheim, fondatore della sociologia funzionalista, definisce la società come un organismo retto da “fatti sociali” esterni e coercitivi, studiabili scientificamente. La sua teoria si concentra sulla coesione sociale, evolvendo dalla solidarietà meccanica (società semplici) a quella organica (moderne) basata sull’interdipendenza, e analizza il rischio di anomia (mancanza di regole).