2 novembre 2025: Arte contro le pene capitali
Pena di morte e ergastolo, nella loro forma storica di istituzioni dell’agonia.
In Italia la pena di morte è stata abolita nel nuovo codice penale militare di guerra nel 1994 e in Costituzione solo nel 2007. Nel codice penale vige tuttavia la pena dell’ergastolo che non costituisce un ‘alternativa alla pena di morte, in quanto essa stessa è una pena fino alla morte.
La stessa pena di morte nel mondo non è più lo spettacolo patibolare del passato ma una esecuzione durevole nel tempo, che si consuma nei bracci della morte e che si può protrarre anche per molti anni prima dell’azione del boia. Pena di morte ed ergastolo sono quindi due istituti penali che inducono uno stato di agonia nelle persone che vi vengono condannate, decretandone la morte ad ogni prospettiva sociale e un lento “vivere morendo”.
Al 31 dicembre 2024 in Italia le persone recluse in questo stato agonico indotto erano 1890, 143 di cittadinanza non italiana, 38 le donne. Ampliando lo sguardo è interessante rilevare che senza alcun risultato dal punto di vista delle politiche securitarie il sistema giuridico penale statunitense ha sviluppato una dipendenza dall’ergastolo – circa 200.000 sono gli ergastolani, una persona detenuta su sei.
Per tenersi forse al passo con queste politiche, utilizzando strumentalmente come apripista il femminicidio, il governo italiano sta cercando di introdurre una ulteriore fattispecie di ergastolo.
Il disegno di legge governativo finalizzato all’introduzione nel codice penale del delitto specifico di femminicidio, prevede come pena una forma di ergastolo automatico, sottratto alla valutazione del giudice.
Per chi fosse convinto che all’ergastolo non si muore, nell’arco di un decennio sono 111 le persone che hanno perso la vita.
La condanna capitale nella fase della “guerra globale al terrorismo”
Già nella precedente edizione di “Arte contro le pene capitali” osservavamo che in un momento storico in cui l’istituzione della guerra ha preso il sopravvento, ergastolo e pena di morte estendono la loro presenza e prendono nuove forme, che richiedono un’attenzione sociale. Ad esempio la lotta contro la pena di morte non può esimersi dal condannare, come afferma il diritto internazionale, le esecuzioni extragiudiziali praticate nello scenario globale da Stati Uniti e Israele contro coloro che, considerati nemici dell’Occidente ed etichettati come ”terroristi”, subiscono condanne a morte senza procedimenti giudiziari, che vengono eseguite uccidendo intenzionalmente chiunque si trovi nei pressi della persona designata.
Se è vero che lo Stato italiano ha abolito la pena di morte è anche documentato, in base agli accordi con gli USA che disciplinano i rapporti fra le basi di Sigonella e Ramstein in Germania, il suo coinvolgimento in queste esecuzioni extragiudiziali.
L’uso dei droni armati al di fuori dei campi di battaglia veri e propri, consente queste esecuzioni in qualunque parte del mondo.
Con queste forme di condanna a morte il potere assoluto di prendersi la vita delle persone va oltre la forma giudiziaria. La condanna capitale si ostenta e si spettacolarizza in una modalità di caccia, operando in uno spazio senza confini e in un tempo senza limiti. Se si prende come esempio lo stato di Israele e i tribunali militari che nella Palestina occupata erogano le condanne all’ergastolo e ogni altra pena a uomini e donne palestinesi, si vede come questa pena di morte extra giudiziaria tende a sovra determinare ogni altra forma di condanna giudiziaria. Ahmad Sa’adat prigioniero palestinese osserva che Israele ha sempre praticato uccisioni extragiudiziarie nei confronti di numerosi prigionieri, sia nel corso degli interrogatori che durante il loro periodo di detenzione: “Sono prigionieri assassinati a noi ben noti anche se alcuni di loro sono stati seppelliti nei cosiddetti cimiteri dei numeri“; fra il 1968 e il 2014 Sa’adat ne nomina 52. Andando all’ oggi, solo tra il 7 ottobre 2023 e il 18 aprile 2025 sono 64 i prigionieri palestinesi uccisi nelle carceri israeliane secondo un dato sottostimato perché di migliaia di prigionieri catturati a Gaza non si hanno notizie.
Oggi però siamo implicati come umani anche in un ulteriore dolore. Per il mondo occidentale a dominio statunitense, il potere di dare la morte si esercita anche raccogliendo tutta la forza globale: economica, tecnologica, informativa, militare, per scaricarla contro un popolo in uno spazio limitato e in un tempo concentrato. In tal senso è bene dire che il popolo palestinese di Gaza, con l’affermarsi dell’intenzione genocida da parte di Israele e l’istituzione dei dispositivi che realizzano questa intenzione, è stato schiacciato in una condizione agonica.
Costretto quindi a “vivere morendo“.
Wi’am Qudaih, 19 anni, nel suo “Diario da Gaza” descrive la grande prigione che è diventata la sua terra, come il “limbo della morte”, una costante oscillazione ”tra una morte che non arriva e la vita che manca”. E osserva, “Ogni giorno perdo una parte di me e la mia infelicità aumenta”. La scrittura l’aiuta a resistere consentendole di depositare quotidianamente il “fardello” di questa agonia su un foglio di carta. Tuttavia, come racconta Wi’am Qudaih, anche se la morte ci aspetta non abbiamo smesso di leggere e di scrivere, a volte – per essere sincera non sempre – proviamo a immaginare. Non abbiamo smesso di imparare e di ridere. A Gaza i matrimoni non si fermano.
Il momento rituale del 2 novembre.
Un percorso sociale che intende battersi contro la pena di morte e la pena fino alla morte, non può esimersi, in questo periodo storico, dal considerare le diverse forme che va assumendo il potere di dare la morte. Questo potere va anche al di là delle forme che la guerra ha assunto storicamente come guerra fra Stati. Esso viene esercitato verso i popoli colonizzati, le classi sfruttate, i poveri del mondo, nonché gli umani che resistono, e che riescono a generare, malgrado tutto, momenti di vita.
È stato scelto per l’evento l’ex Ospedale psichiatrico giudiziario perché i manicomi criminali sono stati luoghi di internamento per persone che, dichiarate incapaci di intendere e di volere al momento dell’esecuzione di un reato, venivano sottoposte a misure di sicurezza detentive prorogabili indefinitamente e dette per questo: “ergastoli bianchi”. Ciò sollecita lo sguardo abolizionista a prestare attenzione a tutte le forme indeterminate, sia di pena che di misura di sicurezza, basare sull’attribuzione della pericolosità sociale, che ancora perdurano e si rinnovano.
È stato scelto il due novembre, giorno dei morti, come data per questo evento, per affermare che costituisce fonte di lutto sociale l’esistenza di istituzioni che condannano persone fino alla morte attraverso strumenti giudiziari, pratiche extra giudiziarie, oppure forme concentrate di eccidio.
Invito
Con questo spirito si invitano artista che si esprimono attraverso le arti visive, il teatro, l’invenzione letteraria, la musica, la danza e ogni altra forma creativa, a sollecitare la loro vena poetica intorno al tema delle condanne capitali, con la richiesta che offrano in modo gratuito la loro partecipazione.
Considerando che l’evento potrà svolgersi unicamente negli ambienti che la struttura offre, è importante che le performance musicali siano in modalità acustica. L’intento di chi organizza è anche quello di far interagire gli interventi artistici e le opere prodotte con le invenzioni creative di persone che sono state o sono recluse all’ergastolo o condannate a morte nel mondo.
Le adesioni, con informazioni sull’opera che si intende proporre, dovranno pervenire entro il 30 settembre 2025 per consentire all’organizzazione di immaginare gli allestimenti e le modalità di svolgimento della giornata, e saranno accettate fino al raggiungimento dei limiti consentiti dagli spazi e dal tempo.
L’invito è rivolto anche ad associazioni e collettivi, che attraverso la loro attività sociale, politica, culturale hanno prodotto ricerca e controinformazione sulle pene capitali e sui temi della reclusione e che potranno allestire banchetti con i loro materiali.
Quest’anno, visto anche l’ampio sguardo proposto a ispirazione dell’incontro, sarà anche immaginato un momento di avvicinamento al giorno del 2 novembre, con le caratteristiche di un approfondimento dei temi aperti, che auspichiamo si possa svolgere in un contesto diverso dall’ex Opg, per ampliare i legami di vicinanza in un percorso abolizionista.
Organizzazione
“Arte contro le pene capitali” è promosso dall’ex OPG – Je so’ pazzo.
Direzione artistica: Manila Del Giudice; Nicola Valentino; Gruppo di volontariato carcerario dell’Ex Opg-Je so’ pazzo; Morire di Pena; Monitor.
Per le adesioni e informazioni sugli aspetti organizzativi: artecontrolepenecapitali@gmail.com