Per quanto voi vi crediate assolti siete lo stesso coinvolti.
Sorvegliare, punire e assolvere: la tortura silenziosa del nostro tempo
Michel Foucault, nel suo celebre libro “Sorvegliare e punire”, ci parla dell’autodisciplina del prigioniero, strettamente legata all’architettura carceraria.
Il filosofo riprende le teorie di Jeremy Bentham, che nel suo Panopticon – ovvero “tutto visibile” – descriveva una prigione circolare con una torre centrale da cui un solo sorvegliante poteva controllare tutte le celle senza essere visto.
La costante sensazione di essere osservato portava il prigioniero a interiorizzare la sorveglianza, fino ad auto-disciplinarsi. Col tempo, sviluppava comportamenti ossessivi: pulizia maniacale, rispetto rigoroso di orari e rituali quotidiani, controllo del proprio corpo e dei propri gesti.
Sono passati oltre due secoli, ma i governi continuano a sperimentare metodi coercitivi per piegare, controllare e annientare la volontà dell’individuo. Tutto questo nonostante le convenzioni morali e il riconoscimento formale – sancito anche dalla Dichiarazione universale dei diritti umani – del diritto alla vita, all’integrità fisica e al divieto di tortura (articoli 1-5).
Ma cosa intendiamo davvero per “tortura”?
Solo supplizi fisici – scosse elettriche, fame, privazione del sonno – o anche tutte quelle forme di sofferenza psicologica più sottili e invisibili?
Chiudere una persona in una cella sotterranea, privarla della luce naturale, della musica, della lettura, dei contatti umani e affettivi: non è forse anche questo una forma di tortura?
Lasciare un lampeggiante acceso tutta la notte davanti alla finestra di una cella, impedendo al detenuto di dormire: non è anch’esso un modo di torturare?
Eppure, tutto questo accade ancora oggi. Qui, nelle nostre carceri.
Nei regimi speciali come il 41 bis, i diritti previsti dall’ordinamento penitenziario vengono sospesi.
Significa che la persona detenuta è completamente alla mercé dei propri carcerieri.
E cosa dire dell’ergastolo ostativo?
La nostra Costituzione vieta la pena di morte, ma il giustizialismo e il populismo mediatico continuano a spingere verso forme di vendetta mascherate da giustizia.
Si invoca spesso “buttare la chiave”, ma ciò equivale a chiedere una condanna a morte lenta, senza speranza, negando a chiunque la possibilità di cambiare.
Comprendo il dolore delle vittime e dei loro familiari, ma chiedere allo Stato di “lasciar morire” in carcere chi ha commesso reati di sangue significa delegare a esso la nostra stessa vendetta.
Significa sporcare anche le nostre mani, e rendere la società complice di una morte annunciata.
Finché accetteremo pene che negano ogni possibilità di redenzione, continueremo a essere tutt* complici di una pena di morte mascherata.
Vorrei ricordare ai nostri politici “benpensanti”, che si proclamano buoni cristiani e fondano la loro immagine pubblica su valori evangelici, le parole scritte più di due secoli fa da Lev Tolstoj.
Nel suo romanzo, attraverso il personaggio di Nechljudov, Tolstoj descrive una scena in cui il protagonista, assistendo a una funzione religiosa in carcere, riflette:
“A nessuno dei presenti venne in mente che quello stesso Gesù, il cui nome il sacerdote aveva ripetuto infinite volte, aveva proibito esattamente ciò che lì si stava facendo.
Gesù aveva proibito non solo di giudicare gli uomini, di tenerli prigionieri, torturarli, disonorarli o giustiziarli, ma aveva condannato ogni forma di violenza, dicendo di essere venuto per dare libertà ai prigionieri.”
E conclude:
“L’unica cosa ragionevole che possiamo fare è smettere di compiere ciò che è non solo inutile, ma anche dannoso, immorale e crudele.”