Il volto nascosto delle prigioni italiane
Dentro Secondigliano: tra dignità negata e business della sicurezza
Parlando di carceri, quella di Secondigliano non è certo paradigmatica, né rappresentativa del sistema penitenziario italiano.
Qui dentro convivono realtà completamente diverse: oltre novecento detenuti in alta sicurezza, una ottantina nel reparto ospedaliero interno (il SAI), poi il femminile, il reparto trans, i “comuni”, i collaboratori e i cosiddetti sex offender. Una moltitudine di mondi separati dallo stesso muro.
Il carcere è di fine anni ’80, aperto nei primi anni ’90, dentro la famosa vicenda delle “carceri d’oro”. Per chi non conosce quella storia, consiglio di informarsi: capirete molte cose su come gira il denaro in questo Paese.
All’inizio Secondigliano era uno dei peggiori istituti d’Italia, un vero e proprio mattatoio. Chi c’è passato allora lo sa bene. Ti facevano parlare solo con la faccia al muro, ti pestavano per ogni pretesto. Chi dice il contrario, venga pure a chiedere a mille ex detenuti di quegli anni: vi racconteranno che inferno era.
Oggi le cose sono cambiate, bisogna dirlo. Come spesso accade, ciò che era marcio è diventato quasi il suo contrario. Ci sono corsi, laboratori, palestre, scuole, attività teatrali, orti, persino un campo da tennis e uno da padel. Ci sono concerti, cabaret, aziende che portano lavoro dentro. Ma tutto questo riguarda soprattutto i detenuti comuni: per chi è in alta sicurezza, la realtà è diversa. Le sezioni restano chiuse, mancano gli spazi per le attività, non esiste un vero polo universitario. Si vive isolati, e la quotidianità pesa.
Qualcuno dirà: “Ma è pur sempre un carcere”.
Sì, lo è. Ma se dobbiamo starci, tanto vale stare un po’ meglio. Eppure, bisogna anche essere onesti: Secondigliano è un’eccezione. In Italia ci saranno forse una decina di carceri simili su oltre duecento. Un tre per cento, se va bene.
Io sono convinto che le carceri italiane siano diventate un business. Non si spiegherebbe altrimenti perché restano sempre affollate. Gli appalti sono pubblici: guardate quanti soldi vengono spesi per costruire nuove carceri e chiedetevi se costano davvero così tanto. La sicurezza è un business, ricordatevelo.
E non dimenticate che il “Commissariato nuove carceri” gestisce oltre tre miliardi di euro l’anno. Dove girano quei soldi, spesso la giustizia si perde per strada.
La sanità penitenziaria è un disastro. Mesi di attesa per una visita che poi magari salta perché il personale non c’è. Medici assenti, dentisti che fanno solo estrazioni. E mentre tutto questo accade, ci sentiamo dire che “l’Ordinamento penitenziario è scritto bene, ma non viene applicato”. È vero. Ogni carcere è un piccolo ministero a sé, e quello che si può fare in un istituto non esiste in un altro.
Ma ricordiamoci anche un’altra cosa: quell’ordinamento è del 1975. Cinquant’anni fa. Il mondo è cambiato, la società è cambiata, le persone sono cambiate. I detenuti di oggi non sono quelli di cinquant’anni fa, ma la legge che li regola è rimasta la stessa.
Un esempio? Le telefonate.
Nel 1975 il detenuto poteva farne quattro al mese. Oggi sono sei. Sei telefonate da dieci minuti. Ma nel ’75 non esistevano i cellulari, le email, le videochiamate. Oggi viviamo in un mondo connesso, e noi qui dentro restiamo fermi a mezzo secolo fa.
In Spagna, ad esempio, ci sono 60 minuti settimanali di chiamate da gestire liberamente. Qui, 60 minuti in un mese. E c’è ancora chi crede che basti ammassare più persone in cella per evitare i suicidi, come se la disperazione si controllasse con la sorveglianza reciproca. No. L’unico vero deterrente al suicidio è il contatto con i propri affetti.
Ma questo, il sistema non lo capisce. Preferisce controllare, registrare, infantilizzare.
E i colloqui? Sei ore al mese per chi è in regime comune. Quattro per chi è in alta sicurezza. Dodici ore l’anno per chi è al 41-bis. Dodici ore per guardare negli occhi chi ami, per ricordarti di essere ancora una persona.
Vi racconto allora un altro pezzo di questo Paese che molti preferiscono ignorare: Poggioreale.
Uno dei penitenziari più antichi e crudeli d’Italia. Celle con nove, dodici persone in spazi per quattro. Finestre che non si aprono, letti impilati fino al soffitto, palestre minuscole e rotte. Educatori che vedi una volta l’anno, se sei fortunato. Giovani detenuti abbandonati a loro stessi, in attesa di una condanna definitiva.
Perfino i colloqui con gli avvocati avvengono in stanze piccole, senza aria, con un agente presente a vista. E questo nel “rispetto della privacy”.
A Poggioreale, come in tanti altri posti, per un’ora di colloquio con la famiglia ne passi quattro tra attese e perquisizioni. È umiliante, ma per qualcuno tutto questo è “giustizia”.
E allora la domanda è una sola: esiste un reato, un comportamento, anche il più atroce, che giustifichi la tortura psicologica e fisica da parte dello Stato?
In Italia, la tortura non dovrebbe essere ammessa. Ma se non lo è, come si spiegano i reparti dove i detenuti vivono sotto terra, privati della luce del sole e di ogni diritto?
Perché la verità è che in certi posti, più che punire il reato, si annienta la persona.
E se questo non è tortura, ditemi voi cos’è.