Carcere e droga – le sostanze come paliativo alla vita dietro le sbarre
PREFAZIONE
Questo testo è stato scritto da due persone detenute in carceri diverse, che hanno scelto di confrontarsi per iscritto sul tema delle sostanze all’interno del mondo penitenziario.
Insieme a un compagno, anche egli detenuto, ci siamo chiesti se e come poter dare un ulteriore contributo, ponendoci alcune domande sulle dinamiche – a volte esasperanti e di difficile comprensione anche per noi – del mondo carcerario.
Insieme pensavamo di intraprendere un percorso di riflessioni, analisi ed eventuali pubblicazioni, rivolte soprattutto al confronto con il mondo esterno. Insomma, ci sembrava giusto fermarci di volta in volta a ragionare su varie dinamiche, al fine di interagire e creare un confronto con l’esterno.
Un nostro compagno, nonché amico, aveva giustamente sollevato e messo in luce alcune criticità legate all’uso e all’abuso di sostanze, stupefacenti o psicotrope che siano, all’interno delle nostre carceri; da qui è nata l’idea di intraprendere questo scritto in merito.
Va detto che parlare di sostanze è già di per sé complicato; se poi proiettiamo il tutto all’interno delle mura di un penitenziario, il discorso diventa ancora più complesso.
Questo lavoro si è svolto con non poche difficoltà, considerando che ognuno di noi si trova in un carcere diverso: vi è quindi la distanza che ci separa e il non poterci confrontare di persona, se non attraverso la posta, la quale porta con sé una nota lentezza. Non da meno sono i rispettivi impegni giornalieri, che spesso occupano una fetta abbondante della nostra giornata.
Nonostante ciò, siamo riusciti a concludere questo piccolo testo per raccogliere le nostre semplici riflessioni.
CARCERE E DROGA
Le sostanze come paliativo alla vita dietro le sbarre
Salvare i ragazzi sembra essere diventato lo scopo preminente di governi, organizzazioni, associazioni di volontariato, gruppi familiari, programmi televisivi, ecc.
Questo termine, che spesso viene usato – “salvare i ragazzi” – ci rimanda immediatamente a una situazione di pericolo. Ma salvati da cosa? Dalla droga? Dal crimine? O, come si usa dire, dalla strada? Salvati dall’anomia? Da uno stato perenne di apatia? O, come direbbe qualcuno, salvati da loro stessi?
Tra le domande che ci poniamo, alcune rivestono un ruolo preminente: quanto è importante l’affermazione sociale e quanto contano i bisogni generati dalla società? Ma, soprattutto, cosa siamo disposti a fare per soddisfarli?
Prima di entrare nel merito della nostra piccola riflessione, ci sembra opportuno gettare le basi attraverso alcune premesse su devianza e droghe, al fine di rendere il tutto più intellegibile.
Ogni giorno, sempre più spesso, si sente parlare di devianza, in particolare di devianza giovanile: primaria, secondaria, repressiva, sessuale, comportamenti socialmente devianti, ecc. Di base sappiamo che non si può parlare di devianza senza parlare di norma o disposizione.
Gruppi di studiosi, da sempre, analizzano il fenomeno e la sua interazione con il contesto sociale nel quale si manifesta. Ma cosa significa il termine “devianza” e cosa significa “norma”?
In sociologia, come in filosofia, il termine “norma” assume un significato leggermente diverso da quello giuridico. Sostanzialmente, mentre per i giuristi la disposizione è la legge (o viceversa) e la norma è la sua interpretazione, per sociologi e filosofi il termine “norma” diventa comprensivo del tutto.
Il nomos – o norma – ha origini antiche: ne ritroviamo traccia già nel IV secolo a.C. all’interno dei testi di Solone, uno dei Sette Sapienti. Le norme, che nel nostro caso altro non sono che regole, possono essere scritte, orali o consuetudinarie e trovano il loro germe nell’interazione e nell’aggregazione tra gli individui.
Ricordiamo che, diversamente dalla relazione, l’interazione non prevede necessariamente un legame stabile: è sufficiente che due o più persone entrino in contatto.
Senza ripercorrere l’intero excursus storico del genere umano, è facile dedurre come la norma nasca proprio attraverso l’aggregazione. Se ci pensiamo, nel momento stesso in cui ognuno di noi entra in contatto con altri esseri pensanti, il nostro cervello elabora delle valutazioni che possono seguire, dare vita oppure sottrarsi alle norme.
Ad esempio, in quasi tutte le culture è buona norma salutarsi o presentarsi quando ci si incontra, lavarsi le mani prima di toccare il cibo, rispettare una fila allo sportello. Eppure queste regole non sono scritte né ci vengono imposte in modo esplicito, ma di fatto le accettiamo e le eseguiamo come qualcosa che ci permette di muoverci agevolmente all’interno della società.
Pensiamo alle leggi: potremmo considerarle norme scritte che ci dicono ciò che possiamo e ciò che non possiamo fare. Il mancato rispetto delle leggi comporta una punizione, la quale ha un duplice valore.
Il primo è legato alla mera punizione della trasgressione, affinché non si reiteri più il comportamento considerato deviante. Il secondo è la funzione di monito all’interno della società o del gruppo nel quale tale comportamento si manifesta: “guardate cosa succede a chi trasgredisce le regole”.
Ogni società sviluppa norme proprie e, quando queste non vengono rispettate, il diniego che ne deriva viene definito “devianza”.
In sintesi, si può affermare che la devianza è in stretta relazione con la norma. Ma, al di là di ciò che è considerato deviante in quasi tutte le culture (come ad esempio l’infanticidio, l’incesto, l’omicidio, ecc.), ciò che è deviante in una cultura può non esserlo in un’altra.
Inoltre, il concetto di devianza può mutare nel tempo. A titolo esemplificativo, ricordiamo che in Italia, sino al 1946, era vietato il voto alle donne, e il loro accesso al voto avrebbe rappresentato una devianza. Oggi, al contrario, sarebbe considerato altamente deviante non permettere alle donne di votare.
Non va sottaciuto che chi detiene il potere è colui che stabilisce le norme, mentre chi non ne ha deve sottostare ad esse. Di fatto, la classe dominante, seppur in minoranza, riesce ad applicare il controllo sociale sulla massa.
Uno sguardo attraverso le diverse prospettive
“Non bisogna dire che un atto urta la coscienza comune perché è criminale, ma che è criminale perché urta la coscienza comune.” (Durkheim, 1893)
Ossia: non perseguiamo, critichiamo o puniamo un comportamento perché è un reato; è un reato perché lo perseguiamo, lo critichiamo e lo puniamo.
Alcuni approcci teorici considerano il comportamento sociale deviante come un prodotto della società. Merton, in opposizione a tale impostazione, applica l’approccio dell’analisi funzionale, sostenendo che ci si deve interrogare sulle fonti sociali e culturali del comportamento deviante.
Nello specifico, il sociologo ci invita a riflettere sulle strutture sociali e sul modo in cui esse esercitino una pressione ben definita su alcuni individui, spingendoli verso una condotta non conformista.
Senza entrare nel merito dell’intera analisi di Merton, è sufficiente dire, in maniera esemplificativa, che egli colloca il comportamento deviante come originato da ciò che definiva “tensione”: (pressione verso il cambiamento, anche quando questo si pone in antitesi con il sistema), un sintomo della dissociazione fra le aspirazioni che vengono prescritte culturalmente e le vie strutturate socialmente per la realizzazione di queste aspirazioni.
Ad esempio, se l’obiettivo diventa l’affermazione sociale intesa come mero raggiungimento di un risultato, e non come affermazione sociale nel rispetto delle regole del gioco, gli attori possono sentirsi legittimati a ribaltare, eludere o modificare le regole pur di raggiungere i propri obiettivi.
In quest’ottica, colui che rifiuta i valori dominanti e non si conforma alle regole – il cosiddetto ribelle – diviene di fatto un bersaglio all’interno della società, la quale, oltre ad applicare le punizioni derivanti dal mancato rispetto delle norme, favorisce come ulteriore surplus lo sviluppo e l’etichettamento dello stigma sociale.
Riflettendo sulla domanda iniziale, cioè quanto conta l’affermazione sociale e quanto contano i bisogni generati dalla società che ci circonda, possiamo sin da subito operare una distinzione tra le due forme di bisogni che ci caratterizzano.
La creazione dei bisogni come strumento del capitalismo
IL MERCATO COME FABBRICA DEI BISOGNI
Quando si parla di bisogni è opportuno fare alcune precisazioni e distinguere ciò che definiamo bisogno primario dagli altri bisogni.
In origine, i bisogni primordiali dell’essere umano erano essenzialmente legati alle necessità primarie: procurarsi cibo, trovare o costruirsi un riparo, accoppiarsi, ecc.
Come conseguenza dell’evoluzione, anche i nostri bisogni sono evoluti di pari passo, ampliando la sfera di ciò che riteniamo indispensabile per noi, a volte modificando persino le nostre abitudini.
Ad esempio, le cosiddette ferie non sono un bisogno primario: non sono vitali per la nostra sopravvivenza, non rappresentano un nutriente per il nostro organismo. Oppure no? Per alcune persone le ferie sono di vitale importanza: sono il giusto e meritato riposo dopo un lungo periodo di lavoro, ma rappresentano anche molto di più.
Esse possono diventare un punto di arrivo, una sorta di affermazione sociale che, in base al loro svolgimento, ci colloca in una determinata “classe”; un nutriente per la mente e per lo spirito.
In quest’ottica alcuni individui decidono addirittura di limitare o ridurre le spese di ciò che un tempo era considerato il solo bene primario, ossia il cibo, risparmiando per potersi permettere l’agognata vacanza. A volte ciò comporta il cambiamento delle proprie abitudini alimentari, ad esempio comprando alimenti a costo minore, di qualità inferiore, o sostituendo alcuni prodotti con altri.
Si può quindi affermare che, per alcuni, le vacanze siano diventate un bisogno primario?
Pensiamo poi a quanto siano divenuti importanti i mezzi e le reti di trasporto, che ci permettono di muoverci agilmente e di coprire lunghe distanze in poco tempo. Proviamo a immaginare una società senza infrastrutture, senza ambulanze, senza camion dei pompieri, treni, autobus, ecc.
Tutto questo implica il bisogno di accedere a fonti energetiche che ci permettono di costruire e alimentare i mezzi di cui necessitiamo.
Al di là di questi bisogni che fanno riferimento a beni materiali, ve ne sono altri meno palpabili ma altrettanto tangibili. Ciò che qui si vuole definire come “bisogno immateriale” fa riferimento a una percezione prettamente soggettiva.
Questi bisogni sono legati indissolubilmente al soddisfacimento dei nostri sentimenti e delle nostre emozioni. Pensiamo al bisogno di sentirsi amati, considerati, accettati, compresi, ecc.
In sintesi, sono quei bisogni che ci fanno stare bene e, come detto poc’anzi, rientrano nella sfera soggettiva dell’individuo: il metro di misura con il quale ne definiamo i contorni cambia da persona a persona.
Alcune persone si sentono felici solo se legate sentimentalmente ad altre; al contrario, altri individui trovano la felicità nella propria solitudine. C’è chi si sente appagato dalla vita in montagna, chi invece predilige la vita in città, e così via.
Ciò che non va sottaciuto è che, per alcuni individui, l’appagamento e il soddisfacimento dei propri bisogni passa attraverso il possesso di beni materiali.
Una TV, un cellulare, un orologio o un oggetto di lusso, per alcuni, rappresenta uno strumento di affermazione sociale. Ciò contribuisce a generare, da un lato, un senso di appagamento e di appartenenza a un gruppo sociale ristretto e, dall’altro, un senso di frustrazione e insoddisfazione.
Il bisogno di accedere a determinati beni materiali crea ciò che il mercato definisce domanda. Diviene quindi necessario porsi un ulteriore quesito: è possibile che sia il mercato stesso a sviluppare in noi la percezione di determinati bisogni, costruendo di fatto la domanda?
Ossia: la domanda porta con sé una radice spontanea o è il mercato a crearla, sviluppando in noi dei bisogni costruiti?
Il carcere, anche in questo, funge da cartina di tornasole. Come sostenuto più volte, esso funge da specchio, diventando rappresentativo della società che ci circonda e dei suoi malesseri.
Mentre un tempo ciò che era primario per l’individuo era relativamente chiaro – il cosiddetto punto di arrivo era l’acquisto di una casa, il sostentamento della propria famiglia grazie a un lavoro a tempo indeterminato, ecc. – oggi ci si scontra con una società molto più fluida, che ricorre a beni effimeri.
Questo mutamento lo ritroviamo anche nelle carceri, che nel corso degli anni hanno visto cambiare notevolmente il detenuto e ciò che per lui viene considerato importante o desiderabile. Tale mutamento va quindi ricercato nel cambiamento strutturale della società.
Nonostante gli anni ’50 abbiano rappresentato l’inizio del boom economico, grazie anche alle iniezioni di liquidità ricevute a seguito del Piano Marshall, non va sottaciuto che il nostro Paese, come tanti altri, versava in condizioni economiche disastrose e che la popolazione abbiente era solo una piccola parte, di fatto non rappresentativa del territorio.
Le carceri, quindi, erano popolate per lo più da prigionieri con reati politici e da persone spinte a rubare dalla fame.
Oggi possiamo affermare che non tutti e tutte, ma la maggior parte di coloro che si ritrovano ristretti nelle carceri non è spinta dalla fame o dalla necessità di procurarsi il cibo come un tempo, ma dalla necessità di soddisfare quei bisogni che la società esibisce come primari.
Consumismo e capitalismo sono la base della nostra economia e della cultura occidentale, rappresentando le due facce della stessa medaglia.
Grazie all’ausilio dei media e dei social media, le agenzie pubblicitarie sviluppano nel consumatore ciò che viene definito obsolescenza percepita, intesa come la sensazione inconscia che sviluppiamo nei confronti di un prodotto che ci sembra essere diventato obsoleto.
Questo processo cambia la percezione stessa del prodotto e del nostro possesso, tanto da far germogliare in noi l’idea che sia vecchio, meno performante di altri e poco alla moda, innescando di fatto il bisogno di sostituirlo con uno nuovo.
Questa prospettiva si avvicina in qualche modo ad altre teorie. Secondo Bauman, sociologo polacco, la società contemporanea – da lui definita “liquida” – ha sostituito i bisogni a lungo termine della società industriale con nuovi bisogni, talmente veloci da essere paragonati a un giro di roulette.
Le condizioni di lavoro, sempre più instabili e precarie, hanno sicuramente contribuito a rendere certi traguardi – come, ad esempio, l’acquisto di una casa – irraggiungibili.
La società veloce e tecnologica ha sviluppato, specialmente nei giovani, un modo di approcciarsi alla vita completamente diverso. I bisogni si sono così trasformati in desideri fugaci, il cui raggiungimento conduce a un benessere temporaneo che, appena appagato, lascia subito posto al prossimo bisogno, proprio come in un giro di roulette.
I mezzi di comunicazione, in tutto questo, giocano un ruolo fondamentale e non ne va sottovalutato il potere.
Volendo far riferimento all’influenza dei media, serie TV come Gomorra hanno favorito lo sviluppo di una “glamourizzazione” del crimine, rendendo di fatto il criminale un soggetto alla moda, un modello da emulare per chi vuole accedere a risorse scarse attraverso le scorciatoie del sistema.
Oggi la rappresentazione di certi modelli aiuta a trasformare il semplice ribelle in un soggetto “glamour” e affascinante.
In quest’ottica, il possesso di alcuni beni, seppur frivoli, diventa un segno di affermazione sociale: un orologio di lusso, ad esempio, diventa l’emblema del successo.
Possedere un accessorio di lusso significa dire a chi ci osserva che abbiamo raggiunto un traguardo all’interno del corpo sociale che ci circonda, facendoci sentire parte di quella élite borghese che un tempo veniva osservata con distacco e ritenuta irraggiungibile da chi ne ambiva l’appartenenza.
In questo contesto culturale vince la regola del “tutto, maledettamente, e subito”: io possiedo, io posso, io conto; mentre chi rimane fuori da quel modello illusorio sembra essere destinato allo stigma sociale del perdente.
Ciò ha favorito l’espandersi di una cultura pseudo-criminale che, per alcune persone, sembra essere diventata l’unica via per il raggiungimento dei propri obiettivi.
Volendo continuare a seguire questa prospettiva, è di facile deduzione ipotizzare come le istituzioni della società stessa siano corresponsabili del crimine che si è venuto a creare.
Condizioni di vita esasperanti, stipendi minimi non rapportati al carovita, pensioni sociali irrisorie e pensioni di invalidità che rappresentano una vergogna sociale contribuiscono a creare le condizioni ideali perché la devianza rappresenti uno strumento di sussistenza, rendendo il crimine affascinante.
Inoltre, il crimine assolve a un’ulteriore duplice funzione: la prima è quella di replicarlo socialmente; la seconda è quella di legittimare ogni azione repressiva e invasiva della libertà personale attuata dai governi.
Noi siamo un prodotto sociale: creare il modello criminale, renderlo glamour, costruire il “cattivo di turno” serve solo a creare il mostro, per poi poterlo combattere.
Non va sottaciuto che, in quanto esseri pensanti, ci è dato scegliere come rispondere a ciò che la vita ci mette davanti; ma, di sicuro, le strutture sociali che ci circondano, il nostro retaggio culturale, la nostra storia, l’ambiente in cui siamo cresciuti, ecc. ecc., influenzeranno – senza determinarlo del tutto – il nostro modo di rapportarci alla vita e di interagire con l’ambiente circostante.
Non si può conoscere un individuo se non si conosce la società che lo circonda, e allo stesso modo non si può studiare una società senza conoscere gli individui che ne fanno parte.
Dopo questa lunga, forse opulenta, digressione, inizieremo a parlare di sostanze. Anche in questo caso è opportuno dare qualche informazione in materia, giusto per comprendere meglio l’argomento trattato.
Non è e non vuole essere nostra intenzione dare soluzioni o risposte al problema dilagante delle sostanze stupefacenti, sul loro uso/abuso o sulla loro diffusione.
Qui si intende solo ampliare il dibattito, sollevando in noi – e in chi legge – qualche domanda aggiuntiva. Inoltre, l’argomento trattato è da sempre oggetto di studio e risulterebbe alquanto riduttivo concentrare tutto in poche pagine e in un unico scritto.
“Quello che segue non ha la pretesa di spiegare tutto,
ma solo di aggiungere uno sguardo dall’interno, dalle celle e dalle vite che le abitano.”
ALCOOL E DROGA
Teorie sociali su alcol e dipendenze
La storia ci insegna come le sostanze psicoattive abbiano accompagnato l’essere umano da tempo immemore: che sia per la loro capacità di alleviare dolori, alterare la percezione, migliorare l’umore o fungere da agente socializzante, tali sostanze hanno da sempre influenzato la vita di molti.
Quando si parla di alcol, ad esempio, si può ricordare che le prime tracce di uva fermentata risalgono al 5000 a.C.: sono state ritrovate in Iran durante scavi archeologici che hanno riportato alla luce antichi recipienti. Di fatto si beve fin dall’antichità, ma le prime regole sociali sul “come bere” – annacquare il vino, non bere da soli, servire la bevanda in piccole coppe – furono introdotte dai Greci.
Non da meno sono i riferimenti ad altre sostanze e al loro uso. Il papavero da oppio, il cui impiego iniziale era riservato per lo più alle funzioni religiose, ne è un chiaro esempio.
Quando parliamo di cannabis, possiamo osservare come il suo uso a scopo ludico sia attestato già nel V secolo a.C. con Erodoto, mentre in Cina e in India essa veniva usata a scopo religioso già dal 2000 a.C.
Le foglie di coca, il cui uso risale almeno al 2500 a.C., venivano masticate da sacerdoti, imperatori ed altri dignitari. Successivamente, dopo il periodo della colonizzazione dell’Impero Inca, il consumo di tale pianta si estese anche agli europei e ai lavoratori, che ne facevano uso al fine di alleviare le fatiche fisiche, essendo essa un eccitante naturale.
Oggi classifichiamo e distinguiamo le sostanze stupefacenti tra droghe leggere e droghe pesanti. Un tempo, invece, il loro uso era spesso legato a scopi medici e non vi erano distinzioni nette.
I riferimenti medici sull’uso dell’oppio, ad esempio, li ritroviamo nel Libro ermetico dei medicamenti di origine egiziana o nei trattati di Ippocrate.
Una svolta significativa nell’evoluzione delle sostanze fu introdotta dalla scienza, e dalla chimica in particolare. Nel 1804 il farmacista Friedrich Serturner isolò la morfina, estraendo per la prima volta un alcaloide attivo da una pianta.
Nel tempo vennero isolate e prodotte altre sostanze, come cocaina, caffeina, eroina, sostanze semisintetiche, ecc. Le prime sostanze sintetiche le troviamo nel 1887, quando Lazzar e Deleanu sintetizzarono per la prima volta un’anfetamina. Di fatto, da quel momento, si poterono creare sostanze in laboratorio attraverso processi di reazione chimica.
Nei primi del Novecento fu sintetizzata l’MDMA (Metilenediossimetanfetamina), meglio conosciuta come ecstasy, che spopolò nella seconda metà del secolo divenendo la party drug per antonomasia.
Alcune teorie, come quella della disorganizzazione sociale proposta dalla Scuola di Chicago, si concentravano sull’indebolimento del tessuto sociale e sulla frammentazione della solidarietà di gruppo.
Gli studi effettuati da Thomas e c sugli effetti della guerra e delle migrazioni si focalizzarono anche sull’alcolismo. Tali ricerche misero sotto la lente di ingrandimento la vita dei contadini polacchi emigrati negli Stati Uniti, sostenendo che nella comunità di origine, in Polonia, i controlli sociali erano più forti.
La comunità indigena aumentava di fatto il controllo sociale, limitando l’abuso di alcolici che poteva danneggiare la vita familiare dell’individuo. Per contro, una volta arrivati negli USA, la mancanza di legami sociali forti e la lontananza dal proprio contesto di origine favorivano l’abuso di alcol come palliativo e “anestetico” dinanzi alla prospettiva di un futuro aleatorio ed economicamente incerto.
Altre teorie, come quella di Dai (1937), rivolta ai consumatori problematici di oppio (e non solo), analizzavano la società circostante partendo dai quartieri di residenza e dall’influenza che questi avevano sul comportamento delle persone, mettendo in luce le relazioni tra ambiente circostante e soggetto.
Dagli studi emerse come l’attività criminale di alcune persone fosse solo il risvolto negativo – se non la conseguenza diretta – della dipendenza da sostanze, e come i crimini perpetrati fossero generalmente contro il patrimonio.
Teorie della tensione, del conflitto e dell’etichettamento
Nel 1992 Agnew sviluppò una nuova teoria, chiamata General Strain Theory, partendo da quella funzionalista proposta da Parsons e Merton, secondo cui i problemi sociali devono essere valutati insieme alle condizioni di mantenimento della funzione del sistema sociale. L’oggetto di studio rimaneva l’uso di sostanze stupefacenti tra i giovani.
Agnew, nelle sue ricerche, si focalizzò su eventi e relazioni negative, arrivando a teorizzare che la tensione non scaturisca solo ed esclusivamente dal mancato raggiungimento degli obiettivi previsti e veicolati dalla società, ma anche – e in parte non irrilevante – dal bisogno di rifuggire da tutte quelle situazioni negative e dolorose che affliggono l’individuo, come ad esempio la perdita di un familiare.
Ciò ci catapulta in una dimensione socio-psicologica, che diviene elemento coadiuvante alle preoccupazioni strutturali di Merton.
Un altro filone assai interessante è quello afferente alle teorie del conflitto, secondo cui la correlazione e i problemi legati all’uso e abuso di alcol e droghe sono causati dalla disuguaglianza sociale ed economica tipica della società capitalistica.
Riportiamo qui una sintesi di Levine (1991, citato in Wood, 2006, p. 421):
«Le tre questioni più importanti da capire in merito all’abuso a lungo termine di crack ed eroina sono: povertà, povertà, povertà.»
L’esercizio della ricerca, in questo caso, si è focalizzato sull’abuso e lo spaccio di sostanze tra i gruppi emarginati e socialmente svantaggiati di East Harlem, notando una correlazione tra la mancanza di offerta di lavoro non qualificato e l’uso di sostanze.
Non va sottaciuto, però, come sia stata più volte evidenziata la funzione repressiva delle politiche proibizionistiche, le quali fungono da elemento di difesa e salvaguardia per la classe sociale dominante. Secondo questa prospettiva, leggi e forze dell’ordine colpiscono in maniera sproporzionata e tracotante i poveri e le minoranze etniche, come sottolineato anche dal movimento Black Lives Matter.
È indubbio che vi siano svariate teorie e prospettive di analisi, così come è indubbio che la vita sia un arcobaleno dalle mille sfumature e che la realtà cambi in base alla prospettiva dalla quale la si guarda.
Per alcuni teorici le problematiche vanno ricercate nei gruppi dei pari a cui i soggetti si uniformano. Altri, invece, individuano nell’uso di cannabis e allucinogeni una forma di ribellione volta al rifiuto di obiettivi e mezzi socialmente veicolati, proponendone di nuovi e alternativi.
Altri ancora sostengono che gli obiettivi rimangano immutati e che a cambiare sia la prospettiva nei confronti dei mezzi chimici, visti come strumenti volti a migliorare le performance (lavorative, sportive o sessuali).
Un’ulteriore prospettiva è quella offerta dalla teoria dell’etichettamento. Tale teoria ribalta completamente il paradigma interpretativo dominante.
Per chi, come noi, si rispecchia in questa teoria, non esiste una definizione assoluta di devianza, poiché – come sostenuto in precedenza – essa è strettamente correlata al sistema normativo di riferimento. Seguendo questa prospettiva, il valore convenzionalmente attribuito al controllo sociale viene rovesciato: non è più il comportamento deviante a stabilire la necessità di controllo, ma il controllo sociale stesso diventa un’istituzione criminogena poiché, attraverso l’etichettamento (lo stigma), le norme e le sanzioni, produce devianza.
A seguito di questo effetto pernicioso del controllo sociale, emblematica è la distinzione tra devianza primaria e devianza secondaria: mentre la prima prende vita dall’infrazione di una norma vigente, la seconda si manifesta quando ciò che riteniamo socialmente deviante si incorpora e diventa parte del “me” dell’individuo.
Ad esempio, chi fa uso di sostanze stupefacenti assume l’identità – o l’etichetta – di “drogato” a seguito della reazione sociale al suo consumo.
Analisi e studi delle dinamiche oltreoceano qui richiamati servono solo
a dare un quadro più ampio delle varie prospettive legate all’uso di sostanze.
Tornando al nostro Paese, non vi è un excursus storico chiaro che ci permetta di individuare come si sia creato il rapporto tra popolazione e sostanze, o almeno che cosa abbia fatto scattare la scintilla.
Nella seconda metà dell’Ottocento, anche in Italia, i maggiori consumatori di morfina erano i medici e i farmacisti. Va considerato che, in quell’epoca, tale sostanza era considerata un medicinale comune e di facile reperibilità. Inoltre, le conoscenze sullo stato di assuefazione derivante dal suo consumo e sui relativi effetti collaterali erano ancora agli albori.
Solo agli inizi del Novecento l’opinione pubblica iniziò a sollevare il proprio interesse in merito all’uso di determinate sostanze, non più assunte a scopo medico, ma di fatto anche a scopo ricreativo.
Diversamente da quanto comunemente propinato, non furono la fine degli anni Sessanta a fungere da volano per il diffondersi di sostanze psicotrope. Più volte si è parlato di “rivoluzione psichedelica” legata ai “figli dei fiori”. Tale definizione, erronea e riduttiva, colloca l’uso di determinate sostanze in un momento storico ben preciso, non tanto al fine di identificarne il germogliare, quanto piuttosto per esecrare quel movimento stesso, attraverso uno sloganismo che individuava in quella cultura la chiave di volta per l’avvento dell’eroina.
In realtà, già dagli anni Cinquanta si era registrato, tra i giovani, un uso di sostanze quali anfetamine e barbiturici, facili da reperire e legali fino al 1972. Secondo alcuni studiosi, questa cultura tossicomanica non fu stimolata tanto dal clima socioculturale dell’epoca quanto dalle stesse case farmaceutiche, che immettevano tali sostanze sul mercato.
In prima battuta, i media collocarono l’aumento dell’uso di sostanze all’interno della sfera economica, riconducendo il problema a una condizione di sviluppo e conseguente “alto benessere” della popolazione (si tenga presente che tra gli anni Cinquanta e Sessanta viene collocato il cosiddetto boom economico).
Fu solo alla fine degli anni Sessanta che la società iniziò a inquadrare il problema delle sostanze riconoscendolo come una forma di ribellione. L’uso di cannabinoidi e allucinogeni divenne ben presto elemento caratterizzante dei cosiddetti “capelloni”. Ciò innescò una campagna a mezzo stampa che condusse verso una escalation di arresti e perquisizioni.
Tra la fine degli anni Sessanta e i primi Settanta il consumo di eroina riuscì di fatto a soppiantare quello dei cannabinoidi e degli allucinogeni, divenendo ben presto la nuova piaga sociale e individuale. Ciò diede vita a un forte stigma sociale nei confronti di coloro che erano caduti nel vortice della sostanza.
Tra le etichette più frequenti vi erano quelle di tossico, eroinomane, sieropositivo, drogato, delinquente, spacciatore, ecc.
In tempi più recenti, il ventaglio di droghe a disposizione della popolazione è divenuto sempre più ampio e assortito. Oggi, sul mercato reale (cioè quello in cui gli operatori si incontrano di persona) e ancor di più su quello virtuale, l’offerta di sostanze è davvero vasta: si passa dai cannabinoidi all’LSD, MDMA, trip, cocaina, crack, speed, peyote, mescalina, ketamina, efedrina, eroina, oppio, Salvia divinorum, ayahuasca, fentanyl, ecc.
Queste sono solo alcune, ma si tenga in considerazione che la lista è in continua evoluzione.
Entrando finalmente nel nostro ambito, ossia quello carcerario, possiamo dire che ciò che va per la maggiore è il consumo di hashish e cocaina, riservato a chi ha disponibilità economiche non indifferenti; mentre le terapie farmacologiche, in prevalenza oppiacee – mondo altrettanto assortito – diventano le “droghe” delle classi meno abbienti.
Attraverso questa piccola precisazione si evince, ed è di facile deduzione, come anche all’interno delle carceri vi siano distinzioni di classe.
Il carcere, continuiamo a ripeterlo, è lo specchio e la cartina di tornasole della società esterna,
o – come direbbe qualcuno – della sua inciviltà.
Lo Specchio, in quanto il mondo carcerario, composto da classi sociali governate e sottoposte al potere di terzi, frutto di una perenne guerra tra poveri, rappresenta in toto la società esterna.
Cartina di tornasole, poiché, se si volesse considerare il paradigma secondo cui si misura il grado di civiltà di un popolo, bisognerebbe osservare le sue carceri. E il sistema penitenziario ha ben poco da decantare in termini di civiltà.
Le carceri italiane sono piene di casi di detenuti deceduti a seguito di inalazione di gas, e la sua assunzione come mezzo di stordimento rientra perfettamente in un’ottica di estremo disagio e povertà.
Si potrebbe paragonare l’inalazione di gas all’assunzione di colle per via aerea, che ha devastato intere zone dell’India, dei Paesi dell’Est e non solo.
Non si può non considerare che anche le droghe operino una distinzione sociale e classista tra gli individui. Questo vale tanto fuori quanto dentro le mura di un penitenziario.
Prendendo per assunto che le sostanze stupefacenti provochino uno stato di benessere a pagamento in chi le assume, e che tale uso sia spesso una ricerca di piacere o un deterrente usato per seppellire sentimenti negativi, la domanda che ci poniamo è la seguente:
Se le sostanze rappresentano una ricerca del piacere, e se sentiamo il bisogno di ricercare quel piacere nelle sostanze, la prima cosa che dovremmo chiederci è: che cosa ci manca, tanto da doverlo cercare dentro una sostanza?
Per contro, se la sostanza mi aiuta a non sentire, a seppellire emozioni negative e dolorose, allora la domanda diventa:
Che cosa è che davvero ci rende infelici, tanto da voler fuggire e trovare conforto in essa?
Il primo passo sarebbe quello di dare un nome al problema che ci affligge, in modo da poter lavorare sulla sua spinta inversa.
Per essere più chiari, possiamo dire che sarebbe, dal nostro punto di vista, alquanto inutile agire solo attraverso un inasprimento di leggi e norme; così come risulterebbe poco efficace
limitarsi a diffondere nozioni sugli effetti dannosi delle sostanze, se prima non si comprendono le problematiche di base.
Parlare di sostanze è già di per sé complesso; se poi il tutto viene contestualizzato all’interno delle prigioni, diventa ancora più complicato. Sarebbe infatti troppo semplicistico collocare l’uso di stupefacenti esclusivamente nelle condizioni di disagio sociale e personale dell’individuo.
Il nostro non è assolutamente un tentativo di dare soluzioni o dispensare consigli. Ma, volendo ragionare sull’argomento, si può immaginare che la maggior parte delle persone che usano sostanze fosse già consumatrice – se non dipendente – prima dell’ingresso in carcere.
La percentuale di persone che le assume per la prima volta all’interno delle carceri è veramente bassa, e ciò evidenzia come la situazione di disagio personale sia, in realtà, precedente. Ciò che fa il carcere è amplificarla a dismisura.
Non va dimenticato, infatti, che il carcere è un luogo ristretto che ci catapulta in una realtà amplificata, dove tutto viene enfatizzato. In questo contesto anche le problematiche minori diventano esasperanti.
Pensiamo alla lontananza da casa; alla lontananza da casa per chi è straniero; per chi si trova ad affrontare barriere linguistiche; per chi non ha disponibilità economiche e fa fatica ad arrivare a fine mese o persino a effettuare una semplice telefonata.
Il nostro ordinamento penitenziario prevede dei sussidi per le persone indigenti, ma tali aiuti non vengono quasi mai elargiti, rimandando di fatto tutto alla solidarietà tra detenuti e all’opera di parrocchiani che versano sporadicamente piccolissime somme – tra i 10 e i 20 euro mensili – a chi non ha disponibilità.
Pensiamo all’interruzione dei rapporti sentimentali, alla lontananza dai propri figli, alle separazioni che avvengono a causa delle lunghe detenzioni, al senso di abbandono che talvolta avvolge la persona detenuta facendola sentire smarrita.
Se tutto questo lo colleghiamo a chi ha già una predisposizione o una storia legata alle sostanze, il risultato è una bomba ad orologeria pronta a scoppiare.
Le sostanze servono a ingannare il tempo, servono a non sentire. La funzione socializzante, in questi contesti, è molto ridotta: la solidarietà, per anni simbolo del “detenuto”, sempre più spesso lascia posto – o viene soppiantata – da un individualismo estremo, in cui ognuno è una piccola isola e, giorno dopo giorno, sembra vincere la regola del “si salvi chi può”.
Quattro tipologie di detenuti e due facce della stessa medaglia
Le droghe, un tempo bandite e non tollerate all’interno delle patrie galere, oggi spopolano, assumendo una funzione dualistica che rappresenta le due facce della stessa medaglia.
Da un lato del cancello troviamo i detenuti, che – semplificando – possiamo dividere in quattro tipologie.
- La prima tipologia – Il consumatore indebitato – è rappresentata dal consumatore, il quale il più delle volte si indebita per procurarsi le sostanze e, quando la disponibilità economica cessa del tutto, spesso si ritrova vittima di violenze. Non sono pochi gli episodi in cui detenuti sovraindebitati si sono letteralmente rivolti agli agenti di custodia e, dopo aver accusato i loro spacciatori, sono stati spostati nelle sezioni “precauzionali”: reparti un tempo ad uso quasi esclusivo di collaboratori di giustizia, detenuti condannati per reati sessuali o femminicidi. In questo caso la sostanza non funge più da elemento socializzante, ma profondamente disgregante: rompe del tutto la solidarietà e quei principi di dignità e di omertà che un tempo caratterizzavano questi luoghi.
- La seconda tipologia – L’interno (chi trae profitto) – è quella del detenuto che vende e crea profitto attraverso le sostanze. Ciò che un tempo era considerato quasi impossibile, oggi – nei fatti – è diventato “normale”: lo spaccio all’interno delle carceri è una realtà. Le disuguaglianze e la povertà sociale sempre più imperante hanno fatto sì che le sostanze diventassero una fonte di approvvigionamento economico da non sottovalutare. I costi esorbitanti – di solito stimati intorno al triplo del valore di mercato esterno – hanno reso le sostanze un affare ancor più ambito. Coloro che ne traggono profitto, pur essendo malvisti da gran parte della popolazione detenuta, approfittano del disagio, delle problematiche e delle debolezze altrui, spesso individuando dei malcapitati come semplici “risorse di denaro” da spolpare sino all’esaurimento.
- Vi è poi una terza tipologia – Il detenuto in forte disagio che ripiega sui farmaci – che comprende tutti coloro che vivono il disagio del carcere, l’afflizione, le condizioni esasperate, e fanno uso di sostanze ma non hanno la disponibilità economica per accedervi con continuità. Questi detenuti, di solito, ripiegano su terapie farmacologiche di tipo oppiaceo, al solo fine di estraniarsi dall’ambiente che li circonda. Si tratta, per lo più, della componente ancora più svantaggiata, che lotta per manifestare il proprio disagio e le proprie rimostranze chiedendo collocazioni lavorative e condizioni migliori. E laddove non vi siano le condizioni per migliorare la qualità della vita e della detenzione, ciò che ricevono in cambio è spesso solo l’aumento del dosaggio della terapia farmacologica, come palliativo al loro malessere.
- Infine, vi è una quarta tipologia – Chi non usa nulla ma subisce le dinamiche altrui – tutti quei detenuti che non fanno uso di nulla e che si ritrovano a vivere tra le varie realtà “come tra due fuochi”, il più delle volte subendo passivamente le condizioni opprimenti delle parti.
Dall’altro lato della barricata troviamo gli agenti di custodia, che vivono queste dinamiche a volte passivamente, a volte con accondiscendenza.
In questo caso la sostanza può assolvere varie funzioni, e talvolta può persino assurgere a strumento nelle mani dell’istituzione. Si potrebbero ipotizzare molteplici funzioni e scenari, Come ad esempio:
- «Sappiamo e siamo a conoscenza di determinate dinamiche, tra cui la vendita e il traffico di sostanze, ma ne tolleriamo una soglia in cambio di tranquillità e quiete interna.» Ciò significa che sono gli stessi soggetti che gestiscono i traffici a mantenere tranquille le parti, non permettendo rimostranze di alcun genere. Scioperi del carrello, scioperi dei lavoranti, mancati rientri dai passeggi, manifestazioni di dissenso, ecc. verrebbero bloccati o non incentivati, poiché causerebbero soltanto l’ira degli agenti e delle direzioni, che risponderebbero con interventi repressivi, perquisizioni a tappeto, arresti e limitazioni di ogni genere. Tutto questo provocherebbe il blocco totale dei commerci e dei guadagni, e si porrebbe in antitesi con i cosiddetti “affari”.
- Un’altra funzione è quella legata al semplice e banale guadagno economico. Non di rado si legge di agenti arrestati per aver introdotto sostanze stupefacenti o telefoni cellulari all’interno degli istituti penitenziari. Un caso emblematico fu quello di un agente fermato fuori da un istituto campano che, dopo un inseguimento – con le forze dell’ordine armi in pugno – si tolse la vita prima di essere arrestato. Infine vi è la funzione “dopante”, molto spesso ricoperta dalle terapie farmacologiche e non solo. Ossia: «Ti aumento le dosi, ti imbottisco di farmaci, così ti metti a letto e non dai problemi. Non ti lamenti e non chiedi nulla.» Sembrerà strano, soprattutto per chi crede che lo scopo di alcune terapie sia quello di stabilizzare la persona per poi scalarle ed eventualmente eliminarle del tutto. Parlando con gli infermieri, pochi saranno propensi a descrivere la situazione interna delle carceri per quanto concerne l’uso dei farmaci; e non da meno farà la custodia. Ma un semplice dialogo con detenuti che hanno avuto il dispiacere di trovarsi nelle nostre carceri – in particolare in quelle del Centro-Nord – potrà dipanare ogni dubbio, fermo restando che le istituzioni negheranno sempre, e a spada tratta, il tutto.
L’argomento trattato, di fatto, è molto complesso e si ritiene opportuno procedere per gradi, attraverso vari momenti di riflessione. Nel tempo cercheremo di mettere a confronto varie realtà, cosa che richiederà sicuramente un impegno non facile da strutturare, viste le condizioni.
Secondigliano, 21 agosto 2025
Seguono le riflessioni del compagno detenuto presso il carcere di Sanremo.
SIAMO IN CELLA CONDANNATI A TRASCORRERE DEL TEMPO
«Da dimora ed elemento dell’uomo, il tempo è divenuto una misura esterna, astratta e oppressiva. La civiltà degli orologi – che ha sostituito i ritmi della natura con quelli della fabbrica – trova una delle sue massime manifestazioni nel carcere, dove milioni di donne e di uomini sono condannati al trascorrere del tempo, divorati da una tigre artificiale.
Solo un’umanità che si libererà dalle gabbie del tempo mercificato e coatto saprà inventare e abitare spazi liberi da sbarre e chiavistelli.»
cit. da Ludd, «È tempo di partire», 2009
Un elemento da prendere in considerazione – e da sviluppare – riguardo alla questione delle droghe e delle terapie dentro il carcere è la percezione del tempo per le persone recluse.
Qui non si tratta di arrovellarsi sulla storia della nascita dell’orologio, sulla creazione umana dello scandire delle ore e dei minuti. Sappiamo che l’orologio è stato pensato anche per suddividere le giornate tra lavoro e preghiera dei frati nei conventi, i quali dividevano il tempo in momenti prestabiliti all’interno di una volontaria prigionia spirituale e materiale.
Anch’essi reclusi in luoghi dove la gerarchia era dettata da una struttura verticistica e da rapporti di devota sottomissione e di annichilimento dell’individuo e delle sue caratteristiche, soprattutto di quelle ritenute anormali, non in sintonia con l’ordine di appartenenza o con i dettami delle sacre scritture.
In carcere il tempo si misura in anni, e le giornate vengono scandite da ritmi stabiliti dall’amministrazione e dalle sue esigenze.
Se in un carcere sono assenti, o comunque ridotte, le attività di ogni tipo, ecco che la giornata diventa lunga, estenuante, fino a diventare opprimente. C’è chi la inganna aspettando una trasmissione televisiva di suo gradimento; chi si spacca di esercizi ginnici; chi fa fiori di carta; chi fuma senza sosta; chi gioca infinite partite a carte; chi sprofonda in lunghe letture; chi dorme come in un lungo letargo, ecc.
Nella storia delle carceri, le tecniche e le fantasie per sopportare il tic-tac dell’orologio sono infinite, sorprendenti e a volte persino affascinanti per la loro creatività.
Ma indipendentemente da quello che il carcere “offre” come attività, a seconda della persona ci sono momenti in cui il tempo diventa la vera pena accessoria, oltre allo stare dentro un cubo di cemento.
L’arrabattarsi nell’ingannare questa pena afflittiva e “immateriale” ci costringe a ingegnarci per illuderci con mille “passatempi”.
Questi “passatempi” dovrebbero avere, il più possibile, un obiettivo che non sia soltanto quello di gettare il tempo nella frivolezza. Il che non vuol dire non avere momenti spensierati o giocosi, bensì – ed è questo il grave, da quel che vedo – che oggi come oggi c’è una quasi totale assenza di attività individuali proprie e propedeutiche a un potenziale miglioramento di se stessi.
Non parlo di tutti, ma è evidente – dalle esperienze dirette – quanto sia difficile costruire momenti di discussione, informale o meno, su problemi sociali che hanno portato una parte dell’umanità reclusa in questi luoghi.
L’interesse sarebbe quello di imbastire gruppi di studio o strumenti simili, utili a trasformare il vuoto di una vita in carcere in un laboratorio di se stessi, riconoscendosi come prigionieri di una società suddivisa in classi e poteri.
Leggendo il tomo Lettere dal carcere di Antonio Gramsci, con i suoi carteggi tra la fine degli anni Venti e gli anni Trenta, si intravede nelle sue parole la questione dell’oppressione del tempo; è un argomento che ritorna ciclicamente.
Per esempio, nei suoi quaderni emergono le schede “scolastiche” di tutti i tipi di letteratura, anche quella di bassa statura letteraria, che leggeva in mancanza d’altro e che, comunque, per lui – viste le sue inclinazioni e interessi sociologici – era un’attività da cui trarre spunto per la sua analisi.
In sostanza, era una questione di approccio e di mentalità. Questo esercizio di lettura, in realtà, era il suo modo di evitare la noia, la ripetizione e l’atrofizzazione della mente e, con essa, del corpo, dei nervi, dei tendini, dallo stesso ristagno di sangue e fluidi.
Il rischio è che il carcere si impossessi delle nostre tensioni, manovri i nostri canali di sfogo e, con il suo lungo andare, finisca per annientare passioni e desideri.
Sentire nei corridoi epiteti come «che noia, non c’è nulla da fare» è una prassi quotidiana, fino a diventare fastidiosa a sua volta.
L’utilizzo della sostanza, quindi – soprattutto se illegale – ha anche lo scopo di creare attorno al momento della sua assunzione un certo rituale.
La giornata viene così calibrata sulla preparazione di quell’avvenimento, o sulla sua ricerca, o sulle dinamiche che ruotano attorno al suo mondo di compravendita.
A seconda della sostanza, questa ritualità, indipendentemente da come la si pensi al riguardo, ha un carattere aggregativo. Questo tempo condiviso nell’assunzione della sostanza ha un valore diverso rispetto a un utilizzo individuale, solitario, intimo.
Si sa benissimo che alcune sostanze tendono a essere più aggreganti socialmente di altre, che invece sgretolano i rapporti sociali, anche se poi – soprattutto in questo contesto – creano spesso depressioni postume di non poco conto. In una società di massa dove l’individuo è continuamente in competizione per il proprio benessere, invece che inserito in una dinamica sociale di mutuo appoggio e solidarietà, la cultura del “tutto e subito”, dell’ottenere facilmente e con poco sforzo – magari grazie alla forza del privilegio e del potere nei rapporti tra esseri umani – fa sì che la percezione dei propri bisogni reali (che a volte sono bisogni indotti, ma percepiti come primari) sia plasmata sulle stesse caratteristiche di questa società: rapida, senza scrupoli, antisociale, viziata e disgregatrice verso chi pratica comportamenti solidali, politicamente vivaci e indirizzati verso una reale fermentazione emancipatoria.
Se l’immaginario creato dalla cultura pubblicitaria odierna detta tempi e ritmi utili al mercato e alla finanza, è ovvio che chi ne è escluso per motivi di classe farà fatica ad accettare l’esclusione dal banchetto. Ma questo produrrà anche potenziali reazioni esplosive.
In carcere, questo processo è evidente: in assenza di quella che potrebbe essere una meritata e organizzata progettualità collettiva e di lotta per ottenere il bisogno al quale si vorrebbe accedere, il vuoto esplode in forme incontrollate.
L’immediatezza del problema materiale, o di altra natura, di un detenuto che magari non ha modo di accedervi perché privo di sostegno economico, privo di consigli fraterni, di strumenti conoscitivi e linguistici, fa sì che – dentro come fuori – l’impulso che attiva il gesto per accedere al “necessario” diventi violento e impulsivo, a volte con conseguenze drammaticamente irreversibili.
A ciò si aggiunge, oggi, un ulteriore fatto: la distanza e la lontananza dei detenuti dalla propria famiglia. Per molti viene quindi a mancare il supporto emotivo della stessa.
Inoltre, la povertà sta attraversando sempre più strati sociali, con la conseguenza che anche il più piccolo bene di prima necessità diventa di difficile accesso e diviene fulcro di battaglia quotidiana.
La terapia, in questo frangente, ha un compito ben preciso: mettere in quiete il bisognoso, limitarne la capacità di creare problemi.
Faccio un altro esempio, riprendendo Gramsci, anche se qui la sostanza è la nicotina. In una lettera al fratello del 1930, dal carcere di Turi, Gramsci scrive riguardo al divieto di portare sigarette dall’esterno: per lui non poter fumare una sigaretta era “come sbattere la testa contro il muro”.
Nel luglio di quello stesso anno, per via di alcuni cambiamenti nella gestione del denaro, rimase senza tabacco e volle approfittarne per diminuire il consumo, pur correndo il rischio di una forte agitazione nervosa.
Tutti sappiamo che la nicotina crea dipendenza: per molti è fondamentale proprio per evitare ciò che racconta Gramsci, cioè quella tensione che porta a “sbattere la testa contro il muro”. E la colpa, principalmente, è del carcere, non della debolezza del detenuto.
Su questo tema bisogna evitare di fare i moralisti, i puristi, i saccenti: qui si cerca di capire e provare a spiegare che esseri umani chiusi dentro un cubo possono avere cedimenti, hanno bisogno di distacco dalla realtà.
Con l’arrivo delle droghe – nel senso pieno del termine – nelle carceri, si sono alterati gli equilibri, i traffici e soprattutto i metodi di gestione da parte dell’autorità e delle aree educative.
La cadenza quotidiana dell’utilizzo di queste sostanze è, per molti, un modo per ingannare il tempo: “Passa prima”, dicono. Vedere giovani che non vanno all’aria e dormono lunghe fette della giornata desta una certa preoccupazione.
Dovrebbe starci, nella variopinta comunità detenuta, un desiderio più forte di riscatto, di abbandono di una pratica deleteria a livello totale. E, giusto per evitare equivoci, l’utilizzo delle sostanze è trasversale a quasi tutta la comunità detenuta.
La nascita delle carceri – per come le conosciamo oggi – e l’utilizzo delle droghe a scopo, diciamo, ricreativo (al di fuori di contesti religiosi, rituali o medici) avvengono nello stesso periodo storico: quello della rivoluzione industriale, dello sradicamento dalla terra.
La disumanizzazione della convivenza umana ha portato l’uomo a cercare qualcosa che lo stordisca, che lo alteri e lo estranei da una realtà sempre più meccanicistica, disgregatrice nei rapporti tra uomo e natura, rendendolo sempre più imbruttito e violento, convogliando milioni di persone in città corrotte, dove il lavoro è sempre più brutale, sfiancante, lontano da qualsiasi soddisfazione personale.
Il carcere incarna esattamente questa tendenza capitalista, divenendo monito e luogo inutile, dove le persone vengono sospese in un limbo: un dedalo tra leggi ingarbugliate e burocrazia.
L’angoscia, nel mondo di oggi, è sempre più profonda, senza alcun argine nel frenare i pericoli per l’incolumità di tutti e tutte: siamo continuamente minacciati da rischi nucleari, massacri e stermini, esodi e fughe di massa dai propri contesti sociali, dove il linguaggio violento e reazionario gareggia per toccare le peggiori vette concettuali.
Il boom economico, con tutto il suo portato di merci, bisogni e spettacoli abbaglianti sempre più esagerati; un rapporto con la medicina e il mondo farmaceutico sempre più intimo, accondiscendente e acritico… tutto questo – e non solo – incide sulla tenuta psicologica di intere generazioni.
Si può dire che l’assunzione di sostanze di ogni genere sia una vera e propria fuga da un profondo malessere che, in qualche modo, abita in tutti noi: causa di disastri, ma anche reale rifiuto di tutto ciò. Di una realtà malsana e omicida, priva di una bussola morale, spirituale, positiva e solidale che ne indirizzi i percorsi verso una vita più dignitosa, attiva, stimolante e sincera nei rapporti umani di sorellanza e fratellanza profonda, nella ricerca di verità più prossime al mettere fine alle violenze e alle ingiustizie.
Ma gli Stati e i loro analisti, repressori, burocrati, ufficiali della repressione, sanno bene come stordire masse di giovani in cerca di un futuro di libertà.
Le generazioni che, tra gli anni Sessanta e Settanta, utilizzarono alcune sostanze per aprirsi nuove strade sensoriali, sperimentarono rapporti umani diversi, relazioni pacifiche in un contesto di guerra permanente contro il “nemico d’oltre cortina”, crearono in qualche modo scompiglio nella società occidentale.
Le proteste contro il nucleare, la guerra in Vietnam, la solidarietà con i popoli colonizzati, il rifiuto del lavoro salariato, la nascita delle comuni, l’organizzazione dei gruppi radicali, lo slogan «Portiamo la guerra a casa» erano un tutt’uno che portava il cammino in un alveo diretto verso una libertà nuova e in continua sperimentazione.
Oggi tutto quell’ambiente, quel clima di ribellione e di spaccature è stato assorbito dal sistema capitalista, affossandolo con droghe sempre più invasive, chimiche, annichilenti.
Lo scopo è la repressione, il controllo delle nuove generazioni di giovani: chi detiene il potere, comprendendo di vivere in un contesto sociale insalubre ed egocentrico, trova ed escogita i peggiori sotterfugi per controllare masse di giovani, donne e uomini, energici e vitali.
L’esperienza americana attuale del fentanyl è emblematica, visto che una fetta consistente di persone è ridotta ai margini. La povertà di fatto è palpabile, anche se non tutti ci cadono solo per colpa della povertà.
Se la società in cui si è costretti a vivere forzatamente ha bisogno di nuovi forni crematori – come in Messico, dove i cartelli della droga fanno cremare chi uccidono – se in Birmania vengono costruite scam cities con campi di concentramento in cui migliaia di giovani sono costretti a stare davanti a un PC per programmare truffe online, se ogni giorno vediamo popoli interi che urlano alla fame sotto le bombe, è sicuro che, in qualche modo, queste notizie toccano le nostre corde interiori e ci portano a chiederci quale futuro ci aspetti, anche se inconsciamente facciamo finta che non ci riguardi.
Quanti possono dirsi immuni da questo sfacelo? Quanti riescono a resistere a questo orrore senza almeno un impercettibile sussulto?
I tossicodipendenti, i cosiddetti “tossici”, non sanno forse come, ma sono essi stessi frutto di un albero marcio che va abbattuto e lasciato marcire, dando spazio a una pianta sana e rigogliosa.
Il carcere e le sue strutture non hanno un reale interesse a risolvere una situazione di cui loro stessi fanno parte e da cui traggono nutrimento. I detenuti sono un profitto: chi prende terapia genera il profitto di qualcuno; chi compra la droga genera il profitto di qualcun altro. È vivo, in tutto questo, il capitalismo e il liberismo.
D’altronde vi è una circolare del DAP che non pone alcun limite alle aree sanitarie nella somministrazione di ogni tipo di farmaco sedativo, sapendo che la situazione delle carceri è per loro ingovernabile e incancrenita; sapendo benissimo che la maggior parte delle carceri non può e non vuole garantire attività, spazi, sostegni previsti – in teoria – dalle leggi.
La loro soluzione, di fatto, è terapizzare, sedare e avvelenare, e, quando questo non basta, usare la forza.
Inoltre, ritengo che i traffici interni siano in qualche modo tollerati proprio per questi motivi, anche se formalmente vengono combattuti e repressi.
Viene preferito il controllo delle sezioni, del carcere, da parte dei detenuti che hanno bisogno di un contesto tranquillo per il loro mercato. Solo quando questo equilibrio si rompe – per motivi di controllo, debiti, invidie, benefici concessi – allora si interviene.
Lo Stato preferisce questo a una massa di detenuti lucidi e desiderosi di battersi per migliorare la propria condizione, la propria libertà e il proprio miglioramento personale.
Per ora si fa fatica a creare alternative autogestite, con progetti propri, discussioni che riescano in qualche modo a creare un dibattito costruttivo tra detenuti, al fine di contrastare questa avanzata delle sostanze. Il tempo diventa allora importante proprio perché può diventare uno strumento utilizzato in un’ottica di evoluzione individuale e di presa di coscienza.
Tempo galeotto, sostanze e riscatto
Bisogna evitare moralismi e dita puntate: il nemico è il carcere in sé. Il vuoto del tempo galeotto va in qualche modo riempito, e questo è certo.
Il carcere ha il compito di mettere sotto pressione la persona reclusa, che sia per menefreghismo o per puro sadismo. Questo trascorrere delle giornate non deve riuscire a rompere le difese che ognuno di noi si costruisce per resistervi, e soprattutto non deve intaccare la propria dignità, prima di tutto.
Il tema è enorme e delicato, tocca storie quasi sempre negative e molto altro andrebbe ancora detto. Queste riflessioni nascono anche da un carteggio con un altro compagno recluso, il quale mi invitava a riflettere su questo tema, su questo aspetto così reale, anche se immateriale: il tempo galeotto. Tema su cui ci sarebbe ancora molto da aggiungere.
Il passatempo è un tema ricorrente: ognuno trova i propri metodi per vincere la gabbia, senza che qui ci sia giudizio, ma piuttosto curiose e preoccupate osservazioni. L’assunzione di sostanze è, anche da questo punto di vista, legata a un malessere, forse la più sottostimata tra le afflizioni.
La sostanza ha una capacità pregnante di deresponsabilizzare l’individuo, di annientarne la forza di volontà. Di fatto aumenta la capacità di sopportare, sedando il dolore fisico. Sul piano emotivo – legato all’affettività e alla componente psichica – riesce a censurare il riscatto, il bisogno di uscire dal buco nero, evitando che la persona compia un balzo virtuoso alla ricerca del superamento della difficoltà.
Sempre più incapaci di superare i limiti e le brutture della vita, delega e passività rischiano di diventare l’approccio principale alle prove quotidiane.
Sostanze – o terapie – come l’hashish hanno anche la capacità di chiudere i canali che portano il cervello, durante il sonno, al sogno. Uno dei modi più affascinanti per evadere con la mente viene così recluso chimicamente.
Una delle poche cose che il detenuto o la detenuta può avere in totale autonomia è la propria mente: viene censurata, spenta, resa innocua. Il risveglio diventa pesante e deprimente, quando invece un sonno libero dalle gabbie tossiche potrebbe quantomeno orientare lo sguardo verso strade più propositive e virtuose.
Il compito dei detenuti è riuscire a trasformare questo nodo in una strada – anche se tortuosa – che porti a un riscatto di emancipazione e che riesca a coinvolgere sempre più persone nel comprendere che il carcere, oltre a essere un luogo tossico di per sé, è inutile nel risolvere le profonde cause sociali del reato, della violenza e dell’ingiustizia.
Dietro le terapie e le droghe in generale, oggi più che mai – oltre al loro utilizzo come strumento di controllo e “ammortizzatore” di potenziali conflitti e menti sane e libere – c’è il profitto, è il mercato che detta luoghi e dinamiche degli spazi.
Iniziare a interessarsi a questo argomento, dentro e fuori le prigioni, in un’ottica di sana liberazione del corpo e della mente, è un primo passo per aprire spazi di libertà anche dentro se stessi.
Giugno 2025, Carcere di Sanremo