IL ddl sull’imputabilità minorile
La predilezione del governo Meloni per l’approccio repressivo trova regolarmente occasione di esprimersi come di recente nella circostanza del ddl sulla imputabilità dei minori. Si tratta del disegno di legge che introduce la presunzione di capacità di intendere e di volere relativamente alla fascia di età compresa fra i 14 e i 18 anni e quindi l’arresto in flagranza di reato.
L’età minima per l’imputabilità resta fissata a 14 anni, quello che cambia è che la capacità d’intendere e di volere non è subordinata all’onere della dimostrazione da parte dell’accusa in quanto viene data per scontata. Alla difesa viene riconosciuta la facoltà di provare il contrario. “Chi sbaglia paga anche se hai 14, 15, 16 o 17 anni, ha detto la presidente del Consiglio”, si legge sul Manifesto dello scorso 25 luglio. I minori, a partire dal quattordicesimo anno di età, sono riconosciuti pienamente responsabili delle loro azioni, perfettamente in grado di intendere e di volere e quindi, all’occorrenza pronti per la galera.
Il minore trattato come un adulto
Come da repertorio di questo esecutivo, non si considera il contesto in cui si verificano determinati fenomeni; in questo caso il minore non viene riconosciuto come soggetto impegnato in una fase di sviluppo della sua personalità, non si tiene conto della sua fragilità o della situazione ambientale in cui vive e cresce. Se commette un reato non ci sono che le sbarre a rispondere alla sua infrazione. Un approccio repressivo, si diceva, che va in controtendenza con una cultura giuridica che dà centralità all’interesse superiore del minorenne.
Già il governo Meloni si è distinto negativamente in questo ambito con il dl Caivano che ha contribuito in modo determinante al sovraffollamento degli Istituti Penali per i Minorenni (IPS). Questi ultimi soffrono ormai degli stessi problemi di quelli per adulti: carenza di personale e di servizi, carenza quando non assenza di attività trattamentali, fatiscenza delle strutture oltre alla già citata criticità rappresentata dal sovraffollamento. Cosicché è tutt’altro che raro vedere dei minori costretti a dormire anche per terra in questi istituti che non possono essere più visti come luoghi di recupero. Eppure la nostra giurisprudenza è stata a lungo un riferimento e un esempio in termini di giustizia minorile; è chiaro che la visione meramente punitiva e carcerocentrica di questo esecutivo ci ha fatto fare dei grandi passi indietro. Il dl Caivano non si interroga sui perché di certi fenomeni, non indaga sulla devianza minorile, non tiene conto dello stato delle periferie cittadine, non offre alcuna possibilità sul piano dell’investimento sociale. Per esso esiste solo l’equazione reato=pena, da lì non si scappa.
Educazione o repressione
A Napoli oltre 150 associazioni, scrittori, artisti nonché don Mimmo Battaglia, arcivescovo del capoluogo campano, hanno aderito all’iniziativa lanciata da Libera per l’educazione e la prevenzione, per fare rete al fine di dar vita ad una comunità educante attiva che sappia essere motore di crescita civile, sviluppo sociale e lotta alla criminalità. Un patto educativo che contribuisca a sottrarre i più giovani, specie quelli che vivono in contesti più precari, al crimine organizzato che è sempre alla ricerca di manodopera. Il governo vorrebbe arrivare a questo con la repressione pura e semplice ossia con una pratica che finisce col penalizzare il minore e completare in modo inesorabile il suo percorso deviante dietro le sbarre. C’è una differenza sostanziale e macroscopica fra i due approcci.
Il ddl sull’imputabilità minorile colpevolizza chi vive in condizioni precarie e minaccia una generazione arrivando ad addossarle responsabilità non sue. “Chi sbaglia paga” è il refrain dei tifosi del populismo penale, un ritornello ripetuto in modo vuoto e ottuso e non di rado anche con un senso di soddisfazione che ha del meschino. La repressione bella e buona abbandona i minori a sé stessi, li rinchiude negli IPS che stanno diventando sempre più delle discariche sociali al pari degli istituti di pena per adulti dove vengono tradotti se la loro pena continua al compimento del loro diciottesimo anno d’età, con tutte le pesanti criticità che questo comporta.
Una lotta di civiltà
Contrastare queste disposizioni concepite da un governo come quello italiano che è fra i peggiori d’Europa e che ha la repressione nel suo DNA è una lotta di civiltà che occorre ingaggiare e portare avanti per una società più inclusiva, equa e solidale.

Massimo Congiu È un giornalista e storico italiano. Collabora con il Manifesto, la Rassegna Sindacale, L’Humanité, Historia Magistra, Left, e ha scritto per L’Unità. Dirige l’Osservatorio sociale mitteleuropeo (Osme). Collabora con l’università Corvinus di Budapest e tiene corsi presso l’Istituto per gli studi di politica internazionale di Milano sull’Unione europea e le minoranze etniche e nazionali.