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Quando il caldo diventa sopravvivenza 

Quando il caldo diventa sopravvivenza 

In questi giorni il caldo non è stato semplicemente fastidioso. È stato torrido, pesante, quasi violento. Un caldo che ti entra dentro, che toglie lucidità, che fa girare la testa, che rende difficile persino respirare normalmente. Lo abbiamo sentito tutti: per strada, in macchina, nelle case, negli uffici, nei luoghi di lavoro. Lo sentono gli anziani, i bambini, le persone fragili, ma lo sentono anche le persone sane. Lo sento anche io, che ho trent’anni, quando in certe ore della giornata mi sembra quasi di svenire. E allora la domanda sorge spontanea: se è difficile per noi, liberi, attraversare giornate così, cosa significa viverle dentro una cella? Fuori, per quanto il caldo sia insopportabile, conserviamo comunque una possibilità di scelta. Possiamo aprire una finestra, cambiare stanza, fare una doccia, bere acqua fresca, cercare ombra, accendere un ventilatore, rifugiarci in un luogo più fresco. Possiamo decidere di fermarci. Possiamo, in qualche modo, proteggerci.

Dentro il carcere, invece, il caldo non si evita. Si subisce.

Immaginiamo una cella piccola, chiusa, sovraffollata. Una stanza in cui convivono sei, otto, dieci, a volte dodici persone. Immaginiamo corpi costretti nello stesso spazio per ore, per giorni, per intere settimane di caldo estremo. Corpi che sudano, respirano, si muovono appena, sprigionano a loro volta calore. Perché anche questo va detto: il caldo in carcere non arriva solo da fuori. Si produce anche dentro. Ogni corpo umano riscalda l’ambiente. Ogni respiro consuma aria. Ogni presenza in più rende quella stanza meno vivibile. A questo si aggiungono gli odori, la promiscuità, i servizi igienici spesso collocati nello stesso ambiente, il ricambio d’aria insufficiente, le mura che trattengono calore, il ferro che si surriscalda, la notte che non porta sollievo. L’aria diventa densa, ferma, quasi irrespirabile. Il caldo non è più una condizione atmosferica: diventa una forma di oppressione fisica. Bisogna avere il coraggio di usare la parola giusta: sopravvivenza.

Perché in certe condizioni non si vive davvero. Si resiste.

Si resiste alla sete, al sudore continuo, all’insonnia, al nervosismo, alla mancanza d’aria, alla sensazione che il corpo non trovi mai tregua. Si resiste alla notte, quando il caldo non scende e il sonno diventa impossibile. Si resiste al giorno dopo, quando tutto ricomincia uguale, nella stessa stanza, con gli stessi corpi, con la stessa aria ferma. E allora il tema del caldo nelle carceri non può essere trattato come un problema di comodità. Non stiamo parlando di benessere accessorio. Non stiamo parlando di privilegi. Stiamo parlando di salute, di dignità, di diritti umani. La persona detenuta perde la libertà personale, non perde la sua qualità di essere umano. Non perde il diritto alla salute. Non perde il diritto alla dignità. Non perde il diritto a non essere sottoposta a trattamenti contrari al senso di umanità. La Costituzione, all’articolo 27, non dice che la pena deve essere umana solo quando è facile garantirlo. Lo dice sempre. Anche d’estate. Anche nei reparti sovraffollati. Anche quando la persona detenuta non ha voce, non ha forza, non ha possibilità di scegliere. La dignità non è un premio per chi si è comportato bene. È un limite che lo Stato non può oltrepassare. Per questo colpisce, ancora di più, la polemica nata nelle scorse settimane intorno ai frigoriferi nelle carceri. Nel pieno dell’avvicinarsi dell’estate si è discusso della possibilità di spostare i frigoriferi fuori dalle celle, collocandoli in spazi comuni e rendendoli accessibili solo in determinati orari. Una questione che, vista da fuori, può sembrare banale. Ma in carcere nulla è banale quando riguarda acqua, cibo, igiene, salute. Un frigorifero non è un lusso. Non è un capriccio. In una cella rovente può significare poter conservare una bottiglia d’acqua fresca, un alimento, un farmaco, qualcosa che renda meno disumana una giornata già al limite. Può significare evitare che il cibo si deteriori. Può significare ridurre rischi sanitari. Può significare, molto semplicemente, avere uno strumento minimo per difendersi dal caldo. E invece spesso il dibattito pubblico sul carcere si muove sempre nello stesso modo: ogni oggetto, ogni possibilità, ogni piccolo margine di autonomia viene guardato con sospetto, come se riconoscere condizioni minime di vivibilità significasse concedere un favore. Ma i diritti fondamentali non sono favori. L’acqua, l’aria, la salute, l’igiene, la possibilità di dormire e respirare non appartengono alla categoria dei benefici. Appartengono alla categoria dell’umano. Il carcere è già privazione, è già separazione dagli affetti, perdita della libertà, sospensione della vita ordinaria. Non può diventare anche privazione dell’aria, del sonno, della salute, della possibilità di sopportare fisicamente una giornata.

Da giurista, ma prima ancora da persona, credo che il punto sia questo: la legalità non si misura solo dalla capacità dello Stato di punire. Si misura anche dalla capacità dello Stato di custodire senza annientare. La pena legittima è quella che resta dentro il perimetro della Costituzione. Quando invece la detenzione si somma al caldo estremo, al sovraffollamento, alla mancanza di strumenti minimi, alla difficoltà di respirare, allora quel perimetro viene superato. Non serve immaginare il carcere come un luogo comodo solo per affermare che non deve essere un luogo disumano. Non serve dimenticare le vittime per ricordare che anche chi ha sbagliato conserva diritti inviolabili. Non serve negare la responsabilità individuale per affermare la responsabilità dello Stato. Il cambiamento climatico ci sta mettendo davanti a una verità nuova e durissima: alcuni luoghi, già caratterizzati da situazioni critiche, diventeranno sempre più invivibili. Le città, gli ospedali, le RSA, i luoghi di lavoro, le scuole. E tra questi luoghi ci sono anche le carceri, forse più di tutti, perché sono spazi chiusi, sovraffollati, rigidi, spesso vecchi, dove chi vive non può scegliere come proteggersi. Il caldo, allora, diventa una lente. Ci costringe a vedere ciò che spesso preferiamo non guardare. Ci mostra che il sovraffollamento non è un numero in un rapporto, ma una stanza che non respira. Che la mancanza di docce, frigoriferi, ventilatori, spazi comuni e assistenza sanitaria non è burocrazia, ma vita quotidiana. Che la dignità non si proclama: si verifica nei dettagli materiali dell’esistenza. Una bottiglia d’acqua fresca, una doccia in più, una cella meno affollata, un ventilatore funzionante, un frigorifero accessibile. O ancora un medico che controlla chi è più fragile, una finestra che lasci davvero passare aria. Sono cose semplici, proprio per questo fanno paura, perché ci ricordano che i diritti umani, prima di diventare principi solenni, passano dal corpo, dal respiro, dal sonno, dalla sete, dalla pelle che brucia, dalla testa che gira, dalla possibilità di non sentirsi abbandonati. Il caldo che stiamo vivendo fuori dovrebbe aiutarci a capire. Se noi, liberi, con tutte le possibilità di movimento e di protezione, fatichiamo a sopportare queste giornate, cosa accade a chi è chiuso in pochi metri quadrati insieme ad altre persone, senza aria sufficiente, senza spazio, senza reale possibilità di sollievo? Questa non è una domanda ideologica. È una domanda di umanità. Perché la pena può togliere la libertà, non può togliere il respiro. E quando in una cella il caldo diventa sopravvivenza, non siamo più davanti a un problema stagionale, siamo davanti a una questione di diritti fondamentali, di dignità umana, di civiltà giuridica. E la civiltà giuridica di un paese si vede proprio lì: dove nessuno guarda, dove nessuno vuole entrare, dove è più facile voltarsi dall’altra parte.