Rinnovato il 41BIS ad Alfredo Cospito
Dopo quattro anni passati in regime di carcere duro è stato nuovamente rinnovato il 41bis per Alfredo Cospito.
Il 30 aprile il Ministero della Giustizia aveva dichiarato di voler rinnovare per altri due anni il carcere duro ad Alfredo.
Dopo il ricorso da parte dei suoi legali, il 12 giugno vi è stata l’udienza presso il TDS di Roma a seguito della quale è stato stabilito il rinnovo di tale regime.
A questo punto, vogliamo ricordare che il regime di carcere duro che è stato applicato ad Alfredo, non nasce dalla commissione di reati considerati “particolarmente” gravi, ma dall’esigenza di bloccare qualsiasi tipo di comunicazione tra Alfredo e l’esterno.
Insomma, il 41bis è stato applicato non per ciò che Alfredo ha commesso, ma per ciò che Alfredo rappresenta. Per le sue idee e per i suoi ideali, punendo il “reo” per ciò che è e non per ciò che fa.
Volendo essere provocatori, possiamo dire che in Italia la Costituzione, il Codice Penale, quello di procedura e l’Ordinamento penitenziario, hanno una determinata valenza soltanto sino a quando non si mette in discussione il potere invisibile.
Le cosiddette garanzie costituzionali, come la libertà di espressione che costituirebbe uno dei punti della parte “rigida”, del testo redatto dai padri costituenti, andrebbe a farsi “benedire” dinanzi all’esigenza del potere di non permettere contraddizioni nella sua sfera d’azione.
Finché si viola una norma è un conto, ma se si mette in discussione il pensiero stesso della classe dominante allora è ben diverso, poiché si mette in discussione il potere stesso.
Ed infatti, Alfredo non solo si troverebbe sottoposto al 41bis ma, tra l’altro, si troverebbe rinchiuso in uno dei carceri peggiori, terreno di coltura metabletica per tale regime.
Uno tra i pochi luoghi in Italia dove il 41bis raggiungerebbe la sua massima espressione repressiva, attraverso nuove sperimentazioni, volte alla deprivazione sensoriale, alla destrutturazione, decostruzione, infantilizzazione e spersonalizzazione dell’individuo.
Ed invero, in tale istituto le celle sarebbero ubicate sotto il livello stradale, non sarebbe consentito l’uso di orologi, creando di fatto un vulnus temporale, niente libri, niente musica, se non il materiale selezionato dall’amministrazione.
La cosa grave, che fa emergere come di fatto si stia parlando di un regime pari alla tortura, ma applicato con l’avallo delle Istituzioni e il divieto assoluto di far trapelare cosa succede in quegli Istituti. Gli stessi avvocati rischiano condanne sino a tre anni di carcere se divulgano ciò che il loro assistito gli racconta di quei luoghi.
Nemmeno durante le guerre e nei peggiori regimi, veniva vietato a degli Ispettori internazionali di indagare sul trattamento dei detenuti.
Questo ci fa capire come si viva in un clima di guerra quando ci si scontra con questi meccanismi.
Strumenti chirurgici volti all’annichilimento della persona.
La lotta a tali regimi deve quindi rappresentare un capo saldo della società, almeno di quella parte “sana” che, pur non avallando la commissione di reati, non permette che sul proprio territorio si applichino delle torture velate.
Ci auspichiamo, pertanto, che Organismi Internazionali vogliano interessarsi all’annullamento di tali sistemi.
Sino a quando ciò non accadrà continueremo, nonostante le tante difficoltà legate alla diffusione di informazioni ha manifestare il nostro dissenso a riguardo, gridando tutta la nostra indignazione e mobilitandoci al riguardo.
Claudio
Secondigliano 6-7-2026