Secondigliano: restrizioni, controlli, diritti compromessi
C. è detenuto nel carcere di Secondigliano. In questo contributo racconta dall’interno i cambiamenti avvenuti negli ultimi mesi nell’istituto, soffermandosi sulle nuove restrizioni, sul clima sempre più repressivo e sulle conseguenze concrete che queste scelte producono nella vita quotidiana delle persone detenute.
Dalla questione dei frigoriferi al vestiario, fino alla limitazione degli strumenti di studio e di scrittura, il suo articolo mostra come anche decisioni apparentemente secondarie possano diventare forme di controllo, disciplinamento e compressione dei diritti. Una testimonianza diretta che restituisce il carcere non come luogo astratto, ma come spazio attraversato ogni giorno da scelte politiche, amministrative e umane.
Trascrizione verificata sulle due pagine del documento. Ho mantenuto parole, punteggiatura, maiuscole, formulazioni ed eventuali refusi presenti nell’originale, senza effettuare correzioni.
Buongiorno.
Innanzi tutto vorrei portare i nostri saluti a tutt* i presenti.
Per quanto mi riguarda è stato un piacere sapere che a Napoli vi sono spazi dove si svolgono assemblee anti-carcerarie.
Probabilmente, voi che vivete la quotidianità del territorio e vi interfacciate con le persone, potreste esserci maggiormente di aiuto nel capire la percezione che le persone hanno, del carcere, e di noi carcerat*.
Venendo a noi, il carcere di Secondigliano negli ultimi mesi ha sicuramente subito un cambio di rotta notevole. È anche vero, che questo cambio gestionale sta interessando un po’ tutte le carceri italiane. È inutile nascondere che l’attuale Governo, ha chiarito la propria linea. Una linea che spinge sempre di più verso le imprese e la tutela delle garanzie imprenditoriali.
Una visione che, partendo da quella media classe impiegatizia, poco fa per i ceti meno abbienti, e che spesso verte verso piccole, ma costanti, limitazioni delle libertà individuali. Inutile dire che ciò si riflette, anche, all’interno delle carceri, da sempre strumento di propaganda populista. Ed invero, anche la nuova Direzione di Secondigliano ha ben chiarito la propria linea. Il carcere non è mai stato e mai sarà un luogo di redenzione, partendo dall’assunto che il cambiamento, se così lo si vuole definire, è un qualcosa di personale che viene dall’interno di colui che lo manifesta.
Qualsiasi forzatura esterna, quindi, tende inevitabilmente al disciplinamento.
Volendo guardare il carcere da prospettive diverse, vi sono sicuramente visioni che vertono verso una garanzia ed un apertura del detenuto e, per contro, vi sono visioni più improntate alla chiusura ed al controllo totale, anche in forma più invasiva. Ogni Direttore ha però un suo spazio gestionale, se così lo si vuole chiamare, dove poter creare ed interpretare le direttive, decidendo che impronta vuole dare al proprio Istituto. Da tempo si sta parlando della possibilità che vengano tolti i frigoriferi dalle celle dei detenuti. Questa discussione nasce da una informativa inviata al Ministro Nordio da parte della Polizia Penitenziaria, la quale palesava il rischio che grazie ai frigoriferi, i detenuti potessero innalzare fantomatiche “barricate” contro gli agenti (cosa peraltro mai successa) e nascondere oggetti illeciti.
Partendo dal presupposto che nelle carceri vi sarà sempre qualcosa di illecito da trovare e contestare, fosse solo per la legge dei grandi numeri, tali oggetti, qualsiasi essi siano, possono essere occultati ovunque. Secondo il metro di misura della Penitenziaria, allora, se un oggetto verrà rinvenuto nei letti, toglieranno i letti; se successivamente verranno occultati oggetti nei tavoli, elimineranno i tavoli e se, come a volte accade, l’oggetto non consentito verrà rinvenuto all’interno di un muro, allora abbatteranno i muri? Non vi è limite alla fantasia.
Qualche malpensante potrebbe pensare che tale richiesta è stata inviata al Ministro solo per diminuire la mole di lavoro degli agenti, che in vista dell’estate si affaticherebbero troppo nel perquisire le celle. Ma volendo essere ancor più malpensanti, potremmo ipotizzare che tale richiesta è solo un pretesto per esacerbare ancor di più, una situazione che è già al collasso. Magari lo scopo è quello di trovare la famosa scintilla che faccia esplodere gli Istituti, proprio al fine di creare i presupposti per il giro di vite finale e riportare le carceri a quelle di un tempo, ossia, luoghi dove il detenuto passava 20 ore al giorno chiuso in una stanza. Fortunatamente, le opposizioni in tal senso si sono fatte sentire e tale, eventuale Decreto, è per il momento bloccato. Le condizioni peggiorano, i suicidi aumentano e noi crediamo che, togliere i frigoriferi dalle stanze sia solo l’ultima forma repressiva per esulcerare ancor di più la vita detentiva. Come detto all’inizio, ogni Direzione ha, però, il proprio spazio gestionale e mentre alcune Direzioni del nord Italia hanno chiaramente detto che i frigoriferi non verranno toccati, ciò che è trapelato all’interno del nostro Istituto e che, se il Decreto dovesse passare la Direzione rimarrà in linea con Roma.
La visione “umanistica” del trattamento, sta quindi lasciando il posto a quella vetusta e antica, ancorata ai concetti di: sorvegliare, redimere e punire.
Ad esempio, volendo guardare come il cambio di Governo ha inciso sulle politiche interne, possiamo fare un esempio attraverso il vestiario che il detenuto deve indossare.
Guardando l’Ordinamento penitenziario, ormai vecchio di 51 anni e assolutamente fuori contesto temporale, questo specifica che il detenuto si debba vestire in maniera, considerata, “decorosa”.
Adesso, sul concetto di decoroso ci sarebbe tanto da dire, in primis che è assolutamente “soggettivo”. Al di là di questo, però, durante il periodo che va da Giugno a fine Settembre, al/lla detenutx è sempre stato concesso di indossare bermuda che arrivino sino al ginocchio. Questo, poiché si ben comprendeva come le temperature estive arrecassero ulteriore disagio, a chi passa tutta la giornata tra cemento e acciaio, a differenza di chi, finite le proprie ore di servizio può tornare a casa propria. Quest’anno, a differenza di quelli passati, ci siamo ritrovati con l’ennesimo dispositivo affisso in reparto che ci chiariva il nuovo abbigliamento da indossare.
Vietato recarsi in infermeria, negli uffici, nei locali comuni come le aule studio etc. con pantaloncini corti o bermuda. In pratica ci stavano dicendo, in maniera velata, di indossare i pantaloni lunghi in ogni luogo che non fosse il reparto, comprese le sale colloqui. Personalmente ho girato molti carceri, molto più restrittive di Secondigliano, e Parma ne è un esempio. Eppure, nessuna Direzione si era mai addentrata in queste forme felpate di assoggettamento. La scusante? Sempre la solita. bisogna mantenere un abbigliamento “decoroso”, come se un pantalone corto e una maglietta non lo fossero.
Fortunatamente in questo ci è venuta in aiuto una piccola parte dell’area trattamentale, quella rimasta ancora sana e meno asservita.
Un’altra cosa che non va sottaciuta, e come non appena qualcuno di noi mostri un pensiero divergente o non il linea con quello dominante o, addirittura, tenti di far sentire la propria voce attraverso lamentele espresse in modo non formale, ossia non attraverso i canali istituzionali e, quindi, non controllabili, tali voci vengano messe subito a tacere attraverso sistemi repressivi.
Ad esempio, e già da un po’ di tempo che siamo stati privati dell’uso dei computer fissi, assegnati al Polo universitario e collocati nel locale in comune (detto saletta) della sezione in questione. Poiché, molto probabilmente, non potevano portare via tali PC, in quanto previsti per gli studi universitari, hanno pensato bene di smontare le schede madri e di lasciarci con degli scatoloni inutilizzabili.
Tutto questo per limitare la nostra possibilità di scrivere vari testi al computer, memorizzarli sul cd e successivamente stamparli attraverso un secondo PC (anch’esso sequestrato) collegato alla stampante.
Che spesso si limitino le libertà personali è cosa nota.
Che il carcere, spesso si trasformi nel luogo delle ingiustizie anche.
Andrebbe ricordato, però, che la limitazione della libertà di un cittadino, non dovrebbe limitarne anche i diritti costituzionalmente garantiti, come la libertà di espressione sotto ogni forma, scritta o no che sia. Altrimenti, si da la legittimità a chi come me, sostiene che non appena si esterni qualcosa di scomodo che va contro, o che metta in imbarazzo l’istituzione, l’apparato ti mette a tacere attraverso la repressione tipica dei beceri regimi.
Quelli, giusto per capirci, in cui le persone venivano perseguitate solo per pensarla diversamente.
Che le politiche di apertura afferenti le carceri non portino voti è inopinabile. Al contrario la propaganda della sicurezza è un must. Che in carcere vi siano persone incompatibili con questo regime è un’altra verità assoluta che nessuno vuol sapere.
Si passa da persone di oltre 80’anni, le quali secondo codice, dovrebbero scontare la pena in misure alternative, a persone invalide, o peggio, affette da sclerosi multipla o SLA, come mi è capitato di vedere a Parma. Abbiamo reati minori, che poco hanno a che fare con la pericolosità sociale e un numero esorbitante di custodie cautelari.
Quella che invece rimane un’immarcescibile certezza e la consapevolezza che nessuna propaganda populista e giustizialista può legittimare la repressione, sotto ogni forma e verso ogni tipo di persona.
Claudio
Carcere di Secondigliano 29.6.26