Vietati i frigoriferi nelle celle
Siamo ormai giunti alla stagione calda, preceduta da un caldo finale primaverile, e il minimo è cautelarsi per ridurre i disagi dovuti alle alte temperature. Va da sé.
Sono considerazioni logiche che però, a quanto pare, non valgono per il carcere.
Eppure, una volta tanto, sembrava che le cose si stessero muovendo in modo tale da recare almeno un po’ di sollievo alle comunità carcerarie.
Infatti, con una circolare firmata dal direttore generale dei Detenuti e del Trattamento, Ernesto Napolillo, si invitava all’acquisto di frigoriferi. Tutto ciò il 31 marzo di quest’anno.
Neanche un mese dopo, il 23 aprile scorso, il direttore del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria-Dap, Stefano Carmine De Michele, faceva marcia indietro, escludendo che pozzetti frigo e/o frigoriferi potessero essere alloggiati nelle celle.
“Una decisione incomprensibile e pericolosa”, secondo Samuele Ciambriello, portavoce della Conferenza nazionale dei garanti e garante dei diritti delle persone private della libertà personale della regione Campania.
Il ministero della Giustizia ci “illumina” sostenendo che i frigoriferi “risultano incompatibili con le caratteristiche strutturali delle camere di pernottamento, soprattutto in contesti già segnati da situazioni di sovraffollamento”.
Siamo al paradosso: in Italia il problema testé menzionato è sempre più grave, è ormai a tutti gli effetti un aspetto strutturale del sistema penitenziario del nostro Paese, una piaga purulenta incompatibile con i diritti umani fondamentali che andrebbe affrontata in ben altro modo.
Invece, e non ci stupisce, la risposta è la proibizione di frigoriferi nelle celle che, lungi dall’essere una misura atta a contrastare il problema di cui sopra, suona come ennesimo provvedimento punitivo nei confronti di chi si appresta a trascorrere una stagione calda in celle già di per sé stesse scomode, spesso sovraffollate e prive di qualsiasi strumento per combattere l’afa.
I frigoriferi sarebbero d’aiuto ma vengono negati con una decisione basata su motivazioni assurde, ridicole.
Di fatto, però, c’è veramente poco da ridere pensando a cosa sono ormai i nostri istituti di pena, ostaggi di visioni carcerocentriche e di un populismo penale tipici dell’attuale governo che, tra l’altro, col Decreto Caivano, ha reso sovraffollati anche gli IPM, Istituti Penali per i Minorenni.
A giudicare dallo stato pietoso in cui versa il sistema penitenziario nazionale, si conclude che manchi davvero la volontà politica di cambiare rotta e agire con razionalità e senso di umanità per essere degni della nostra Costituzione.
A marzo, in vista del grande caldo, si sbandiera ai quattro venti la distribuzione dei frigoriferi nelle carceri come grande conquista di civiltà, salvo poi ritrattare tutto.
Il ministro della Giustizia Carlo Nordio difende la circolare che nega la presenza di questi elettrodomestici nelle celle e impone la seguente regola: i frigoriferi vanno posizionati negli spazi comuni con accesso regolamentato da rigidi orari prestabiliti.
È noto che, infatti, la sete viene ad orari regolari.
Per Nordio, però, è tutto normale, tutto ben concepito. A suo dire questo provvedimento, per lo meno chiaramente restrittivo, “non introduce alcuna compressione nelle condizioni di vita” e non comporta nessun arretramento rispetto alla pratica usuale della vita carceraria.
Le cose, invece, non stanno così.
Il nesso indicato dal governo tra i frigoriferi in cella e il sovraffollamento è un insulto all’intelligenza e un evidente ulteriore arretramento sul piano organizzativo e del rispetto dei diritti umani.
Contingentare l’accesso a uno strumento la cui utilità, specie col caldo e l’afa, non va neanche sottolineata, equivale a rendere indisponibile un bene essenziale, a privarlo della sua funzione.
Ma evidentemente al ministero della Giustizia sono sicuri che, specie nelle notti estive, la sete venga a orari regolari e prestabiliti, secondo particolari turni — fra i detenuti — di cui evidentemente le autorità hanno tenuto conto nel prendere la loro decisione.
La realtà carceraria italiana è al collasso e invece di invertire la rotta si prendono misure tali da farci compiere dei passi indietro nel cammino che, percorso in senso opposto, tenderebbe a un progresso in termini di civiltà e umanità.
Su questo non ci sono dubbi.

Massimo Congiu È un giornalista e storico italiano. Collabora con il Manifesto, la Rassegna Sindacale, L’Humanité, Historia Magistra, Left, e ha scritto per L’Unità. Dirige l’Osservatorio sociale mitteleuropeo (Osme). Collabora con l’università Corvinus di Budapest e tiene corsi presso l’Istituto per gli studi di politica internazionale di Milano sull’Unione europea e le minoranze etniche e nazionali.