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In Italia ogni 1000 abitanti 1 è detenuto

In Italia ogni 1000 abitanti 1 è detenuto

Il carcere è un’istituzione totale che non risolve nessuno dei problemi sociali e di “criminalità”. Semmai li accentua.
L’inasprimento delle pene, come suonano le fanfare della propaganda della repressione, servirebbe alla diminuzione dei reati. E buttare via la chiave, seppellendo le persone recluse, a farci dormire sonni sereni.
E allora come mai in Italia, dove la carcerazione anche per piccoli reati è maggiore rispetto a tutti gli altri paesi del 11democratico Occidente”, la recidiva arriva al 75%?
Nessuno si è posto la domanda sulle motivazioni del sovraffollamento carcerario: perché si fa di tutto per tenere stipate in condizioni lesive della dignità umana migliaia di persone?
Anche là dove c’è una residenza, un lavoro, legami affettivi per scontare la
condanna con pene alternative, anche là dove le condizioni di salute
imporrebbero una soluzione diversa dal carcere …


Non sarà che qualcuno ci guadagna?


In Italia il sistema penitenziario è un business da 3 milioni e mezzo di euro all’anno: ci guadagnano tutti, tranne la popolazione detenuta e la società in termini economici, politici, etici.
Magistrati, amministratori, aziende, ministeri, uomini politici: tutti a cavalcare la miseria altrui e la solitudine, fino a togliere il respiro alle persone incarcerate, per la gioia del sottosegretario Del Mastro.


E allora: può servire un ”sindacato”? Per fare che?


Prima di tutto a far partire dall’interno delle carceri una lotta che contiene le altre: l’abolizione del 41bis e dell’ergastolo. Un orizzonte a cui guardare mentre si combattono le “piccole” battaglie.
Se accettiamo che si tolga la vita, seppellendo vive alcune persone detenute, quel regime carcerario e quella condanna a vita saranno delle spade di Damocle per tutti. “chi tocca uno, tocca tutti” perché siamo tutti sulla stessa barca, anzi a questo punto sullo stesso barcone.
Per le “piccole” battaglie, stiamo contattando avvocati nelle diverse regioni che svolgano il loro lavoro per dedizione e che quindi accettino il gratuito patrocinio. Ma stiamo pensando anche ad una cassa di sostegno per quelli che per qualche cavillo non abbiano diritto al patrocinio ma neanche i soldi
per pagare.

Questi legali saranno contattati anche nei casi di maltrattamenti e vessazioni all’interno del carcere.
Altri legali, esperti di diritto civile e del Lavoro, saranno contattati per le ormai innumerevoli situazioni di mancati pagamenti dello stipendio del lavoratore detenuto, o di irregolarità nelle buste paga.
Il sindacato si propone di sostenere il detenuto, la detenuta ma anche la loro famiglia, perché il carcere lo vivono tanto anche quelli a cui è stato arrestato un padre, un compagno, una madre, una sorella, ecc … per questo si chiama SI.N.DE.F., acronimo per Sindacato Nazionale Detenuti e Famiglie.
Una sfida, una battaglia, una possibilità.
Senza particolare clamore, sono entrate in vigore, in diversi comuni italiani, ordinanze che istituiscono le cd. Zone Rosse.
In buona sostanza si tratta di ordinanze che individuano specifici luoghi ove persone con precedenti penali, ovvero con semplici segnalazioni, non possono accedere in quanto rischierebbero di turbare l’ “ordinato vivere civile”.
Queste ordinanze prendono le mosse da una Direttiva del Ministero dell’Interno, in cui venivano date le indicazioni istitutive.
Va, pertanto, in primis analizzata tale Direttiva.

Diremo subito che, tecnicamente, questo provvedimento appare assolutamente carente dei requisiti di legittimità, e ciò per almeno due lampanti motivi:

  • mancata specifica individuazione dei soggetti e dei reati oggetto di tale procedura: in verità la Direttiva sul punto è assolutamente carente, non specificando espressamente quali reati debbono essere ascritti al soggetto per considerarlo non degno di frequentare le cd. Zone rosse. Si parla genericamente di reati contro la persona e contro il patrimonio (praticamente tutti i tipi di reato); ma non solo, non vengono individuate nemmeno le linee interpretative a cui gli amministratori locali debbono attenersi nella delimitazione soggettiva delle ordinanze. Ovviamente a meno che non si voglia ritenere che agitare lo spettro della cd. Paura sociale(dichiarando che la sola presenza di soggetti con precedenti e/o segnalazioni sia automaticamente una minaccia per l’intera collettività) sia di per sé una idonea definizione dell’ambito operativo dei provvedimenti futuri. In tal caso il Ministero avrebbe dato mano libera agli amministratori ad emettere provvedimenti indiscriminati definendo una larga fetta della popolazione come antisociale e, pertanto, suscettibile di essere limitata negli spostamenti.
  • mancata individuazione dei luoghi di interesse: viene solo genericamente indicato come probabili luoghi di interesse praticamente ogni luogo vivibile della città (finanche le aree verdi).

Siamo troppo scafati dalla vita, però, per non aver compreso che queste discrepanze, per la verità, non sono segno di una ignorantia legis, ma una precisa scelta del Governo e del Ministero in questione.
Lasciare il provvedimento in forma generica consente una sua applicazione oltre ogni limite, proprio perché limite non vi è .
E’ proprio per evitare questo pericolo che il legislatore ( quello serio degli anni passati) aveva imposto due principi: quello di legalità che prevede che un cittadino possa essere condannato solo per fatti che vengono specificatamente previsti dalla legge come reato al momento in cui vengono commessi; ed il principio della responsabilità personale: ove viene statuito che ogni soggetto è responsabile solo per ciò che compie e non per quello che si presume possa compiere.
In questo caso:

  • il provvedimento prevede che siano idonei a giustificare l’allontanamento anche comportamenti passati “anche se questi non siano violazioni di legge”;
  • il provvedimento presume che soggetti con precedenti penali (qualsiasi precedente) sia in quello specifico luogo per commettere un nuovo reato, in barba alla stessa sentenza della Corte Costituzionale richiamata nella Direttiva in questione, che parla di legittimità del DASPO solo in relazione al “concreto” pericolo di reiterazione di comportamenti antisociali.
  • il provvedimento non indica specificatamente i luoghi di attuazione dello stesso non solo lasciando I’ amministratore libero di spaziare a suo piacimento ma dimostrando che non vi è alcun nesso di causalità tra il soggetto destinatario e quel luogo; circostanza questa gravissima perché rende priva di causa la misura interdittiva.

Vogliamo concludere questa breve analisi dicendo che questo provvedimento è una ulteriore (ennesima) mazzata che la politica (tutta la politica visto che colpevolmente nessuna forza politica ha sollevato dubbi sulla sua legittimità) e la società civile hanno inteso dare alle speranze rieducative di chi ha commesso un errore in passato, marchiandolo a vita e non dandogli
nemmeno la possibilità di una passeggiata in centro.
Attendiamo, infatti, che un giorno o l’altro questi scienziati decidano che sia contrario al corretto vivere civile:

  • tenersi per mano e baciarsi un pubblico (già succede per le coppieomosessuali);
  • mettere i bambini disabili nella stessa classe di bambini “normali” (”già è stato chiesto da un esimio Ministro);
  • chiamare di nuovo i bambini nati fuori dal matrimonio ”non naturali” o peggio ancora ‘’illegittimi”.

Ma vi tranquillizziamo: noi vi saremo vicini nella protesta, perché solo noi possiamo essere veramente vicini a chi è umiliato, discriminato, vilipeso, allontanato e tenuto ai margini della vita civile, esattamente come oggi sta succedendo a noi e come succederà forse a tutti in un prossimo futuro.